Neyla - Un incontro, due mondi

Kossi-Komla-Ebri

 

Neyla

Un incontro, due mondi

 

EDITING DI TOUBA CULTURALE ITALY srl

Prima edizione
Dicembre 2002
"Neyla" - Edizioni dell’Arco-Marna

Seconda edizione
Maggio 2011
"Neyla" - Edizioni dell’Arco


Terza edizione:
Maggio 2018
"Neyla"- TOUBA CULTURALE ITALY srl
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Stampato in Italia 2018
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PREFAZIONE

     Un’analisi della narrativa italiana del ventesimo secolo rivela una quasi totale assenza di personaggi Neri o Africani. Quest’assenza può essere spiegata con la preferenza da parte degli scrittori a scrivere su ciò che a loro è più familiare. Alcune eccezioni trovate nel lavoro di Alberto Moravia servono solo a sottolineare il fatto che i Neri e gli Africani sono sconosciuti e pertanto sono esotici ed inspiegabili. Persino dopo i viaggi in Africa di Moravia negli anni ’60 e ’70 e nei tre diari di viaggio e nella novella che ne deriva, non c’è l’evidenza di un cambiamento d’atteggiamento. Infatti, questi libri rivelano l’apparente bisogno dell’autore di conservare un’Africa misteriosa e diversa. Egli spesso fa riferimento in senso negativo alle città modernizzate come “Europeizzate” o “Americanizzate” e in senso positivo alle aree non sviluppate come la “vera Africa”. Egli inoltre dimostra poco interesse per gli scrittori africani contemporanei i cui lavori potrebbero servire a diminuire il suo senso d’inspiegabilità riguardo all’Africa. Al contrario, il suo interesse è per la primitiva bellezza di una natura pericolosa ed irrazionale. Nella novella “La donna leopardo”, la “donna,” incarnata nell’irrazionale ed inspiegabile vita della protagonista, è una metafora reciproca per “Africa”, come spiega Giuseppe Stellardi nel suo eccellente articolo
al riguardo1.

     Ora, grazie alla recente manifestazione di una letteratura in lingua italiana di scritti autobiografici e testimoniali da parte di immigranti africani in Italia, non siamo più limitati al punto di vista europeo per le nostre impressioni dell’Africa e degli Africani.
Però, con il romanzo Neyla Komla-Ebri, pur ispirato alle sue esperienze personali, va ben oltre la letteratura testimoniale. Egli ottiene ciò attraverso una struttura narrativa insolita che ricorda

1 Per una discussione completa di queste opere vedere Giuseppe Stellardi, L’africa come metafora femminile (e viceversa) ne La donna leopardo di Alberto Moravia, Studi d’italianistica nell’Africa australe, 6, 1 (1993), pp. 74-93.

Vasco Pratolini in Cronaca familiare del 1945 dove il narratore si rivolge direttamente con il “tu” a suo fratello ora morto. Similmente “Neyla” è un dialogo ad una sola voce tra il narratore e Neyla. Il narratore si rivolge direttamente a Neyla con il “tu” quando ricorda le loro esperienze insieme durante il suo ritorno a casa dall’Europa. Anche l’uso occasionale del testimoniale “da noi” può essere giustificato dal fatto che Neyla proviene da una regione diversa.
     Ad un livello Neyla è una storia d’amore, ma come Komla-Ebri stesso spiega nel suo “A proposito di Neyla”, «è soprattutto la rappresentazione schematica di un mio rapporto d’amore con
l’Africa e una visione dell’Africa odierna. L’Africa è Neyla e Neyla è l’Africa…» Il parallelo con La donna leopardo di Moravia è evidente, ma le protagoniste femminili e, per estensione, l’Africa
che esse incarnano, sono completamente differenti. Mentre la protagonista di Moravia è ambigua, misteriosa ed inspiegabile, Neyla è diretta, sensibile, sollecita e spiegabile. In modo ancora più importante ella personifica il conflitto fra l’Africa tradizionale e moderna ed è in quanto tale un mezzo attraverso il quale il narratore recupera la sua identità africana ormai adattata alla situazione presente. «Grazie Neyla, per avermi ricongiunto a me stesso, alla mia gente e alla mia infanzia.»
     Per il lettore interessato all’Africa, Neyla è un tesoro d’esperienze registrate attraverso gli occhi di un africano che è nel contempo un partecipante ed un osservatore, dovuto al fatto che è tornato a casa dall’Europa. Il naturale filo conduttore della storia espone il lettore alla vita cittadina della classe media, alle periferie urbane, ad un viaggio avventuroso nell’entroterra, ed alla vita di un villaggio, comprendendo il lavoro di un “guaritore”. Il suo particolare stato
rende legittimo anche un confronto tra Africa ed Europa. Così abbiamo un paragone fra le città africane ed europee, le pratiche mediche africane ed europee, le relazioni familiari africane ed
europee, i reciproci stereotipi e pregiudizi africani ed europei. «Ti preghiamo figliolo» continuò Kokuvino «non sposare mai una yovo [una donna bianca], ti renderà infelice...» E non mancano certo le critiche rivolte all’Africa. Per esempio, dopo aver testimoniato il pagamento di una tangente, il narratore commenta: «Pensavo che fossimo sul bordo del baratro, invece avevamo già toccato il fondo.» E quando criticando la mancanza di un’adeguata fognatura, egli aggiunge: «Pensare che già al tempo dei romani c’erano delle fognature! È incredibile, noi africani non riusciamo ad imparare dalle esperienze positive degli altri: continuiamo imperterriti a fare gli stessi errori.»
     Ad ancora un altro livello Komla-Ebri esprime liricamente la sua situazione come l’eterno esilio, vivendo fra due culture, o come dice il suo narratore, «preso in quella morsa sandwich di due culture, diventando generazione ibrida, non essendo più né africano totalmente e neanche europeo.» Esprime la buona sensazione di essere ancora in Africa pensando: «Era una vera delizia... essere a casa, un anonimo fra tanti altri, con nessuno che ti squadra, senza sentirti una bestia rara, come in tante altre occasioni in Europa.» Ma ironicamente, alla sua prima esposizione ad alcuni riti culturali più peculiarmente africani, come baciare le labbra di zie zitelle,
egli si rende conto, «Decisamente ero diventato più “bianco” di quanto non pensassi.» Egli s’identifica intellettualmente con «il determinismo scientifico della cultura occidentale [che] mi metteva continuamente in guardia contro le credulità e le facilonerie », ma nel corso della sua visita e attraverso la sua relazione con Neyla, egli scopre d’essere ancora emozionalmente africano: «Decisamente quel ritorno alle radici stava minando e sgretolando le mie certezze.» Con ancora maggiore importanza, attraverso Neyla e quindi attraverso il suo riattaccamento all’Africa, scopre la sua capacità di piangere, ed in un passaggio centrale che rivela il forte senso lirico dell’autore, esprime tutte le cose per cui per anni egli «avrebbe voluto piangere»: dalla personale «angoscia opprimente che mi stringeva nella sua morsa» a quella sociale per la «mia Africa sempre sulle sponde della miseria...»
     Attraverso le opere di Kossi Komla-Ebri, la letteratura dell’immigrazione, da letteratura autobiografica, nostalgica e “testimoniale”, sta evolvendosi verso la creatività. Komla-Ebri scrive sull’Africa ricordata e rivisitata e l’Italia come il suo paese d’adozione, sulla similitudine e la diversità nell’incrocio di culture, sulla tensione fra assimilazione e conservazione d’identità culturale, e la battaglia dell’individuo dentro questi contesti. Attraverso l’uso di varie strategie narrative, egli ha superato la tendenza per lo tile testimoniale per giungere ad un lirismo di qualità universale che potrebbe rappresentare una fase più matura della letteratura d’immigrazione in Italia.

Peter N. Pedroni
(Department of French and Italian,
Miami University, Oxford, Ohio)

 

NEYLA

I

Quando l’amore vi chiama, seguitelo,
Sebbene le sue vie siano difficili ed erte.
Kahlil Gibran ( Il Profeta )

     Era estate e io partivo dall’Europa, per le vacanze.
     Erano cinque anni che non tornavo più a casa e, come tutte le volte, mi chiedevo come avrei fatto a riadattarmi ai cambiamenti, come mi sarei ritrovato con i miei fratellini che ormai erano cresciuti.
     Quel pomeriggio, due giorni dopo il mio arrivo, ero venuto all’ufficio di mio fratello Basile, che era diventato un ingegnere agronomo, per vedere in quale ambiente lavorava e soprattutto per
capire che genere di lavoro facesse.

     Al mio arrivo, tu eri lì al bancone d’accoglienza con i tuoi occhiali lievemente tinti, con la tua faccina dalla pelle brillante e i capelli tirati sulla nuca. Quello che mi colpì subito fu quel tuo sguardo pungente, sfrontato, quel tuo parlare il francese con cadenza metropolitana e quel tuo profumo particolare di cui odoravi.
     Quando ti chiesi dell’ingegnere Ameko Basile, mi rispondesti d’aspettare un attimo. Io, dietro i miei occhiali da sole, mi trovai a sbirciarti, a osservare le tue belle gambe lunghe, affusolate, che
stiracchiavi sotto il tavolo. Tu, non mi avevi degnato di un minimo sguardo d’interesse.

     Basile arrivò tutto contento e mi presentò, non senza una punta d’orgoglio nella voce, come il fratello maggiore che studiava in Europa. Rispondesti con un pizzico d’insolenza:
     - Si vede dagli occhiali da sole e dalla pipa che tiene in bocca che arriva dall’Europa!
Poi ti mettesti a ridere con quel suono argentino che ancora oggi tintinna nella mia mente.
     Devo riconoscere, a distanza di tempo, che quello che mi ha conquistato subito in te, è stato quel modo di non lasciarti intimidire o suggestionare dagli eventi o dalle situazioni. In genere le nostre ragazze o si chiudono subito a riccio e diventano chiaramente aggressive e scorbutiche, oppure si mettono lì beatamente ammirate davanti ai nomi o ai titoli. Per te invece, tutto era un gioco, tutto diventava relativo: sembravi aver scorto, sotto la scorza di uomo affermato, sicuro, che andava in giro sventolando le sue certezze, la mia fragilità, i miei limiti e le mie insicurezze. Mi sentivo l’anima denudata di fronte al tuo sguardo.
     Me ne andai, un po’ intontito un po’ stupito, senza aver trovato (io che avevo fama d’uomo spiritoso) neanche una battuta da replicare alla tua divertita ironia.
     Me ne andai con mio fratello, che mi stava parlando, ancora assorto nei miei pensieri, quando lui si zittì e mi disse:
     - Ehi, mi stai ascoltando?
     Di fronte al mio sguardo interrogativo aggiunse:
     - Ci avrei scommesso!
     - Cosa? - risposi, e lui a spiegare:
     - Neyla ha fatto colpo su di te.
     - Chi? - chiesi, benché avessi capito che parlava di te e aggiunsi:
     - La Parigina con le sue arie? - con una voce che si voleva neutrale e sfottente... Lui si mise a ridere. Io non sapevo di essere già stato stregato.

     Di ritorno a casa, cercai di scacciarti dalla mia mente, concentrandomi sull’organizzazione della serata di benvenuto che volevo offrire a me e ai miei fratelli e cugini a base di musica, ballo,
bevande e panini vari.
     Poi venne il momento di stilare la lista degli invitati. Ognuno di loro voleva invitare il suo  amichetto o amichetta del momento.
L’importante, dicevo a mio fratello, era che ci fossero più ragazze che ragazzi per rendere la serata meno pesante. Io, che ero il festeggiato, non avevo nessuna da invitare. Non avevo lasciato un’amica a casa
perché non avevo mai creduto ai rapporti sentimentali a migliaia di
chilometri di distanza. Succede inevitabilmente che uno scrive in uno stato d’animo di un preciso momento e chi riceve comprende in un altro modo. Poi nel tempo della risposta, tu hai già  superato quel momento e ti trovi in uno stato d’animo differente. Il telefono, per via del costo, dà appena il tempo di litigare o di fare nascere altri malintesi. Si riesce a malapena a fare pace che è già ora di mettere giù la cornetta.

     Quella sera dopo cena, Basile ed io andammo a bere una birra fresca al bar vicino a casa.
     Uscendo dal cortile, ci trovammo di colpo immersi nel frastuono delle macchine con le loro luci bianche abbaglianti, lo sfrecciare dei motorini e la polvere appiccicosa che sollevavano. Camminavamo quasi rasenti le mura per non farci investire, visto che quelle strade non hanno dei marciapiedi. Girando l’angolo, il buio della notte ci inghiottì e ci avvolse come un manto, dandomi la piacevole sensazione di essere invisibile, forse perché i miei occhi non riuscivano a distinguere i tratti di quelli che incrociavamo. Mio fratello invece, come tutti d’altronde, aveva affinato quasi un sesto senso, che gli permetteva di riconoscere in una sintesi fra sagoma e
andatura la gente che incontravamo.

Ci sedemmo ad un tavolo in un angolo discreto nel semi-buio della veranda e ordinammo ognuno una grande bottiglia di Lager bella fresca e qualche spiedino piccante da infiammare il palato. C’era un caldo così torrido che qualunque cosa buttavo giù sembrava che mi sgorgasse dai pori. Era una vera delizia essere lì nel frastuono della musica che andava a pieno volume, nella penombra. Essere a casa, un anonimo fra tanti altri, con nessuno che ti squadra, senza
sentirti una bestia rara, come in Europa. Avrei potuto mettermi a urlare oppure a ballare che nessuno mi avrebbe fissato in modo strano. Sì, ero a casa. In fondo il dramma della “diversità” sono gli altri, perché sono loro che ti specchiano “diverso” e ti rimandano in qualche modo quel riflesso di te di cui a volte tu non hai coscienza.

D’un colpo Bé (era il nomignolo che davo a mio fratello), mi distolse dai miei pensieri:
     - Cosa ne pensi di Neyla?
     - Come cosa ne penso? - gli ribattei con una voce dura, sulla difensiva, mentre sentivo la mia faccia avvampare stupidamente, poi aggiunsi ancora più stupidamente:

     - Te la sei fatta?
     Al silenzio attonito di Bé, capii d’averlo offeso e ripresi con voce più dolce.
     - Sai, l’ho appena vista e non ho avuto occasione di parlare con lei, ma da quel poco che ho sentito, deve aver vissuto nella regione parigina.
     - Sbagli, fratello. Neyla non ha mai vissuto in Francia, non è mai uscita dal paese.
     - Eppure...- ripresi - quel suo modo d’atteggiarsi, di parlare è tipicamente francese. Sembra una bianca tinta di nero.
     - Quindi non ti piace - concluse Bé.
     - Non ho detto questo, devo ammettere che ha classe, sembra una ragazza molto raffinata e sicura di sé, forse anche troppo - dissi.
     - Quindi ti piace - ribatté lui.
     - Non ho detto neanche questo.
     - Eppure sono convinto che è il tipo di ragazza che ti piace.
     - Ah sì? - mi misi a ridere divertito e aggiunsi:
     - Lasciami almeno il tempo di conoscerla, caro fratello mio...
     Mi divertiva questa preoccupazione di volermi a tutti i costi accasare, preoccupazione che del resto sapevo condivisa da tutto il resto della famiglia, per il fatto che a venticinque anni non avevo ancora una fidanzata. Erano anche angosciati all’idea che avrei finito col legarmi a una “bianca” in Europa.

     Sposare una bianca per loro voleva dire erigere definitivamente un muro fra di noi. Non era razzismo, era solo che io rappresentavo molto per loro. Ero colui che poteva realizzare i loro sogni, dare loro concretamente una mano per uscire dal tunnel della miseria.
     Ero colui che avrebbe pensato a tirare su il resto della famiglia,
dando occasione agli altri fratelli di proseguire i loro studi magari da ospiti miei, in Europa. Ero il fofogan (fratello maggiore) e questo significava non solo privilegi, ma anche e soprattutto doveri.
Ero sicuramente colui che avrebbe potuto un giorno elevare un piano sopra la dimora paterna, per farci rispettare nel quartiere e farli sentire importanti. Ero, per tutti, un investimento  importante, un passaporto per il futuro e la pensione per la vecchiaia. Se invece sposavo una bianca, addio mucche, latte e covate...
     Sposare una bianca voleva dire parlare sempre in sua presenza in francese o, a ogni modo, in una lingua straniera, telefonare prima d’arrivare a pranzo oppure aspettare d’essere invitati, oppure andarsene prima dell’orario dei pasti, per non creare tensioni eccessive, o per non subire l’umiliazione di rimanere appartato in salotto nel tempo che io e mia moglie stavamo a mangiare.
     Sposare una bianca voleva dire introdurre una “estranea” che non avrebbe apprezzato i nostri usi e costumi, che non si sarebbe abituata a questo caldo, alle mosche, alle zanzare, agli odori, ai rumori, alla pletora di parenti, da quelli veri, ai parassiti, al fatto d’essere sempre immischiati ai problemi della famiglia, da quelli futili di permalosità, a quelli più o meno gravi.
     Sposare una bianca per loro era come perdermi: sarebbe stato un atto d’alto tradimento. Quello che non potevano immaginare era che, in fondo, magari ero diventato forse più  individualista ed egoista dei bianchi stessi. Sì, per loro sarebbe stato un dramma.
     La fine di una frase che Bé mi stava dicendo, mi riportò ancora alla realtà:
     -...invitarla alla serata… Ehi, mi stai ascoltando?
     - Cosa?
     - Se vuoi, posso invitare Neyla alla serata - riprese mio fratello.
     - Decisamente non t’arrendi! Vedo che sta diventando un chiodo fisso - risposi senza aggiungere altro.

     Lui prese la mia frase per un assenso, perché non ne parlò più per tutta la sera, mentre ingurgitavamo la terza bottiglia di birra.
     Parlammo invece dei nostri sogni sul futuro, su quello che i nostri
governanti avrebbero dovuto o potuto fare, per dare un contributo all’avvenire del nostro paese. Noi due assieme potevamo fare grandi cose!. In poche parole alla quarta birra eravamo allegri, già pronti a rifare il mondo. Era davvero bello essere di nuovo a casa!...

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