Il destino di Avoloto il tessitore

Komla-Ebri Anku
TRADUZIONE: KOMLA-EBRI KOSSI

IL DESTINO
DI AVOLOTO
IL TESSITORE


Prima edizione
Giugno 2018
TOUBA CULTURALE ITALY srl
via Cesare Battisti 1b 20854 Vedano al Lambro (MB)
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Progetto grafico e impaginazione: Alessandra Carcano
Illustrazioni: Ivan Bigarella

Stampato in Italia 2019
proprietà letteraria riservata
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Touba Culturale Italy srl

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A mon petit frère Blaise Anku
Tu vois, j’ai tenu ma promesse.

 

IL DESTINO DI AVOLOTO IL TESSITORE

“Un racconto o un proverbio è il messaggio di ieri
trasmesso a domani attraverso oggi”
Amadou Hampaté Bâ

Il vecchio Dogo vide l’orizzonte arrossire, guardò il disco rosso prendere tempo per scomparire dietro le colline, vide anche l’ombra degli alberi e delle capanne allungarsi all’infinito e ne riconobbe il significato. Ma Dogo non aveva la minima voglia di andare a dormire.
È mai possibile che un uomo debba coricarsi al tramonto? Roba da galline! Non! Vecchio certo, ma non malato. E poi stasera, zia luna prometteva un chiarore intenso di cui voleva approfittare. Quel dolce chiarore che l’eccitava tanto quando era piccolo… Ah! I bei tempi!
Ormai quei tempi felici erano lontani, così lontani che nessun’altra persona nel villaggio poteva averli conosciuti.
     Allora sì, un bambino era un bambino ed un vecchio era un vecchio, una donna non era nient’altro che una donna e un uomo era veramente un uomo. Dogo sospirò profondamente. Ormai era tutto cambiato, perché pensarci ancora? Eppure continuava a pensarci.
     Da quando le sue forze l’avevano in gran parte abbandonato, trascinando con sé la maggior parte dei suoi denti, il suo unico piacere era sedersi sotto la capanna di paglia in mezzo al cortile,
abbandonarsi comodamente sulla sedia a sdraio per scivolare nel passato e rivivere la sua giovinezza con i vecchi compagni da tanto tempo ormai scomparsi. Spesso egli si perdeva nei labirinti dei ricordi. La sua memoria era così colma di vecchie storie, di leggende, di racconti, che non sapeva più distinguere bene il proprio vissuto da quello che gli aveva raccontato il nonno che lo aveva sentito a sua volta dal proprio nonno.
     Così quando nelle sere di chiaro di luna, i suoi nipotini si sedevano attorno a lui per attingere la sapienza dall’immenso serbatoio che era la sua memoria, egli evitava di ambientare i fatti in tempi precisi o in luoghi conosciuti. Quell’espediente, lungi da togliere interesse al racconto, gli dava un non so che di piccante e di misterioso.
     A pensarci bene, ci interessiamo meno alla gente e alle cose che ci circondano che agli sconosciuti che vivono lontano da noi, perché loro non verrebbero ad importunarci con la loro miseria. Così è pronto a piangere sulle sorti di un’ipotetica principessa infelice in amore, chi distoglie lo sguardo di fronte ai monconi ributtanti del mendicante seduto sulla soglia della sua casa.
     Dogo sapeva bene tutto ciò. Aveva vissuto così tanto tempo fra gli uomini da conoscerli meglio delle rughe che solcavano le sue mani color cenere. Aveva viaggiato molto, era andato al di là dell’oceano burrascoso, là nel paese degli uomini dalla pelle bianca: questo aggiungeva ancora più prestigio all’aureola che gli conferivano i suoi rari capelli e la sua barbetta canuti. Aveva visto tante meraviglie e orrori che i suoi piccoli occhi arrossati dal fumo e dall’alcool, si erano molto indeboliti. Eppure nel fondo di quegli occhi, frizzava uno sprazzo d’intelligenza ed anche di malizia, soprattutto quando era pronto a prodigare un po’ del suo sapere con i suoi racconti. I suoi nipotini, conoscendolo bene, spiavano quel bagliore per poterlo abbordare ed assillarlo di domande. Infatti, il vecchio Dogo aveva una caratteristica: non raccontava soltanto per raccontare. Non! Bisognava dapprima porgli una domanda alla quale rispondeva allora con un racconto.

     E poi non tutti i giorni gli piaceva raccontare: “Colui che vuole essere ascoltato, deve sapere  moderare la sua lingua” usava sentenziare. Così, la maggior parte del tempo, era brontolone,
rinchiuso nella contemplazione.
     Ma quella sera però, il bagliore nel fondo dei suoi occhi era veramente vivo e la luna così chiara, che i bambini non tardarono a radunarsi attorno alla sua sedia a sdraio, chi accovacciato, chi inginocchiato od anche sdraiato direttamente sul suolo. Il più curioso di tutti era di certo Sénam, un ragazzetto di circa dodici anni, con i capelli ricci un po’ rossi e con dei grandissimi occhi. Col suo
pagne annodato intorno al collo, la sua grossa testa reclinata di lato, come se fosse troppo pesante per il suo collo magro, egli guardò per un po’ il viso incartapecorito del vecchio come cercandovi una risposta ad un enigma, poi bruscamente, una richiesta schizzò dalle sue labbra:
     Togbé (nonno), per favore, posso farti una domanda?
     Cosa vuoi sapere?
     Cos’è il destino?
     Perché questa domanda?
     Ogni volta che succede qualche cosa, la gente dice sempre che è destino. Io non capisco. L’accusano soprattutto quando succede una disgrazia, deve essere tanto cattivo allora!
     Questo non è il destino figliolo, questa è la fatalità, la natura.
     Non capisco.
     Quando si semina del granoturco e si raccoglie del granoturco, è fatalità, ma quando si semina del granoturco e quest’ultimo cresce più o meno bene secondo le condizioni della terra e della stagione, è destino. Tutti e due sono molto legati, ed è per questo che si ha tendenza a confonderli.

     Il ragazzetto coi grandi occhi spalancati, fissava avidamente il viso del vecchio, cercando di penetrare il senso delle parole che sentiva, ma si avvertiva dallo sconforto del suo sguardo che queste spiegazioni non facevano altro che confondergli la mente. Il vecchio, con gli occhi strizzati, l’osservava con un sorriso enigmatico. Egli prese tempo per accendere la pipa, dette un’occhiata verso il focolare ove la nuora stava attizzando il fuoco sotto il pentolone che emanava un profumo irresistibile e disse:
     Ascoltate piuttosto questo e capire…Questo succedeva ai tempi in cui il bisnonno di mio padre era ancora un bambino. Nel regno del re Irbé viveva una donna di nome Kono che faceva commercio di tessuti. Non di quei tessuti che compriamo oggi e che si sfilacciano già al primo bucato, ma dei veri “
Lokpotessuti a mano, ricchi in colori, che si usano di generazione in generazione senza che perdano niente in bellezza e in resistenza.
     I “
Lokpoerano fabbricati da suo marito Avoloto che era il più famoso tessitore del regno. Il re stesso acquistava i suoi tessuti da lui. In paese si sosteneva che possedesse un telaio incantato. Quando tesseva, le navette cantavano degli incantesimi:

     “Klokpa, klokpo, klokpa, klokpo,
     Siamo le navette di Avoloto
     Klokpa, klokpo, klokpa, klokpo,
     Senza pausa, andiamo e veniamo,

     E mai ci stanchiamo.
     I fili per nostra volontà,
     Diverranno articoli di bellezza
     Che orneranno i re e i ricchi,
     Perché siamo delle navette magiche.
     Klokpa, klokpo, klokpa, klokpo…”

     Così cantava il telaio d’Avoloto e i suoi tessuti erano veramente ipiù pregiati. Eppure egli rimaneva povero. Questo fatto stupiva tutti. Non possedeva praticamente niente e la sua famiglia mangiava poveramente. Le cattive lingue dicevano che era molto avaro e che nascondeva i suoi beni nel fondo di un buco nella sua casa in rovina. Altri sostenevano che sua moglie lo derubava e teneva per sé e i suoi amanti il frutto delle vendite.
     Avoloto non si preoccupava delle chiacchere perché diceva: “Colui che non ha messo la mano nel buco, non può sapere se contiene un ratto o un serpente”. Egli aveva fiducia nella moglie e soprattutto sapeva perché era povero.
     Infatti non era stato sempre così. Sette anni prima era molto ricco, là nel suo villaggio di Gbato. Possedeva molti beni e molta servitù, la sua casa era più grande e più lussuosa del palazzo del re Irbé. In quei tempi, oltre a vendere i propri tessuti, andava nei paesi lontani a cercare tele di velluto e di broccato che ritornava a vendere caramente ai principi del regno. Il suo bestiame, sorvegliato dai Peuhl, gente che sapeva farsi capire dagli animali, contava migliaia
di capi. Aveva campi dappertutto in modo tale che i suoi vasti granai, nonostante i ladri, non si svuotavano mai. Era molto ricco fino al giorno in cui andò a consultare l’oracolo di Afa, il grande indovino.
     Perché un uomo così ricco andrebbe a consultare gli oracoli? Mi chiederete. Infatti, non dicono che “un cuore colmo ignora la porta dello stregone”? Ebbene! Sappiate che se Avoloto era ricco, non per questo era felice. Perché a trentacinque anni, non aveva figli. Ahia!
Che calamità!

Aveva dapprima sposato una dopo l’altra tre giovani vergini, ma dopo due anni di matrimonio, nessuna gli diede un figlio, neanche una gravidanza abortita. Egli prese allora tre altre donne che avevano già partorito; ma nulla cambiò.
     Che vergogna! Che disgrazia! Un uomo senza figli è davvero un uomo? E le malelingue non si risparmiavano: “Avoloto non è normale, ha venduto la sua virilità per diventare ricco. Puah! Non è neanche uomo e fa il gradasso!” dicevano ovunque attorno a lui.
Nelle strade, sulla piazza pubblica, nei campi, alla fontana, soprattutto alla fontana, ovunque, dico bene ovunque, anche… anche dove marito e moglie si occupano solo d’intimità, Avoloto era
diventato uno zimbello. E coloro che si dicevano suoi amici per le feste che egli offriva, non di meno chiacchieravano alle sue spalle. E coloro che erano gelosi della sua ricchezza, si consolavano della loro povertà nella maldicenza. E ben presto alcune delle sue spose su consiglio di “amiche” invidiose si fecero degli amanti.
     Un giorno, un mendicante un po’ pazzo, che girava nel villaggio e che si chiamava Kpono andò di mattina presto a trovare Avoloto e gli disse:
     Mio signore e padrone, ogni volta che passate davanti alla mia ciotola, il mio cuore sussulta di gioia, perché so che quel giorno mangerò a sazietà. Quando ho bisogno di un nuovo “pagne”, mi
basta sdraiarmi nudo sulla soglia della vostra casa e l’indomani sono meglio vestito degli altri del villaggio. In poche parole, per me, voi siete la Provvidenza. Eppure sono più felice di voi, senza dubbio perché sono più saggio di voi. Spero che questo discorso non vi irriti mio signore!
     Non mi offendi, ma basta cosìdisse Avoloto con stizzaSe hai bisogno di qualche cosa, va’ a farti servire e vattene!
     No, mio Signore, non mi avete capito, non sono venuto per elemosinare, ma per dare. Lo so che è difficile, soprattutto quando si è potenti come voi, essere in debito con qualcuno povero come me.
Voi siete sempre stato buono con me, lasciatemi che vi offra qualche cosa che è forse più importante di tutte le vostre ricchezze.
     Allora parla senza giri di parole!
     Ci arrivo Signore! La fretta è madre della confusione, correre senza tregua è perire senza profitto. Ecco di che si tratta: da cinque anni voi pescate in sei fiumi diversi, tutti pescosi, eppure non avete catturato nessun pesce, neanche…un pesciolino. I vostri servitori hanno percorso il regno in lungo e in largo per trovare chi potrebbe togliere il malocchio che vi è stato fatto; i lanciatori di cauri hanno varcato più volte la soglia della vostra dimora, i masticatori di cola hanno sputato il succo brunastro sulle vostre mani; le radici e le cortecce hanno più di una volta lasciato il loro gusto amaro o dolce sulla vostra lingua. Eppure non è valso a niente… I vostri ami hanno sempre restituito intatto il verme e le vostre reti hanno sempre riportato solo qualche goccia d’acqua. E voi siete infelice. I vostri tavoli sono sovraccarichi di cibo, ma voi non mangiate più. Il vino di palma trangugiato a litri non vi fa né sorridere né dormire. Voi possedete la ricchezza, ma non è questo che il vostro cuore ricerca.
Allora perché non partite voi stessi alla ricerca di ciò che desiderate tanto?
     Dove andrò ancora, quando tutti i ciarlatani sono già venuti da me?
     Lo so mio Signore, ma la voce della sapienza dice “Colui che possiede veramente non corre dietro a colui che chiede”; spetta al bisognoso tendere la mano; “Solo chi offre vento corre dietro ad un acquirente”. Io conosco un uomo che vive solo sul monte delle sette sapienze. L’entità del suo sapere gli ha fatto preferire vivere lontano dagli uomini. Egli vede ciò che nessuno può vedere e sente le parole che non sono state ancora dette. Se voi lo desiderate, vi accompagnerò fino a lui. Non vi chiederà niente e se vi giudicherà degno dei suoi servizi, vi aiuterà.
     Ehm! Sei sicuro di quello che dici Kpono? Quale uomo in questo mondo è capace di fare un così grande bene senza esigere niente?
     Ogni uomo di cuore lo farebbe. Voi stessi Signore, quando fate l’elemosina, cosa esigete in cambio? Nient’altro che
Akpé (grazie). Per l’uomo di cui vi parlo, la ricchezza non ha lo stesso significato che ha per noi. Nel suo contesto sarete per lui ciò che io sono per voi.
Come?
     Eh sì! Voi non sarete che un mendicante di sapienza, un’anima accecata dalla vanità del mondo. Tutto quello che voi siete in grado di offrirgli è esattamente ciò da cui lui fugge come se fosse la peste.
     Avoloto, la mano al mento, meditò lungamente le parole di Kpono.
Si poteva fidare del dire di quello straccione? Ma bisogna ammettere che il mendicante parlava in modo così sensato che era difficile non lasciarsi convincere. Dopo tutto cosa gli costava tentare? Non aveva tutto da guadagnare e niente da perdere? Troppa gente l’aveva ingannato che uno in più non l’avrebbe certo rovinato. D’altra parte l’uomo che gli veniva descritto gli sembrava così straordinario che era molto curioso di conoscerlo. Rialzando la testa disse a Kpono:
     D’accordo, andremo. Quando potremo partire?
     Domani all’alba, mio Signore.

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