All'incrocio dei sentieri

Kossi-Komla-Ebri

all'incrocio dei sentieri
RACCONTI DELL'INCONTRO

 

Prima edizione
2003
"All'incrocio dei sentieri" - Edizioni EMI

Seconda edizione
Ottobre 2009
"All'incrocio dei sentieri" Racconti dell'incontro - Edizioni dell'arco

Terza edizione
Maggio 2018
All'incrocio dei sentieri" Racconti dell'incontro - Edizioni
TOUBA CULTURALE ITALY srl
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Progetto grafico e impaginazione:
Alessandra Carcano
Stampato in Italia 2018
proprietà letteraria riservata
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Touba Culturale Italy srl

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PREFAZIONE

     Narratore raffinato e intenso, capace di interpretare nei suoi lavori il senso di grigiore sociale e di inappartenenza al proprio desolato tempo, Kossi avverte in sé una convinzione profonda: quella secondo cui il singolo non è un ente autosufficiente.
     È invece un ente intenzionale, protensivo: un ente, cioè, che per sua costitutiva carenza tende appunto a proiettarsi fuori da sé‚ nel contesto del mondo. L’altro è un referente indispensabile, il partner “sine qua non” dell’uno. È la sorgente generativa insieme di offerte e di sfide esistenziali. È l’occasione di avventure e di eventi variamente maturativi. È lo stimolo primario delle sue funzioni cognitive ed affettive: di quelle potenziali e latenti non meno che di quelle già deste e operanti. Kossi, attraverso novelle (
All’incrocio dei sentieri), racconti (Vita e sogni), descrizioni degli antichi riti (La sposa degli dei), e imbarazzismi (Imbarazzismi e Nuovi imbarazzismi), splendido gioco di parole sugli imbarazzi quotidiani, un vero thesaurus di aneddoti, che solitamente non superano la lunghezza di una pagina, ci sollecita una riflessione quotidiana.
      L’altro, soprattutto il nero, con i suoi modi, suoni, cromie, riti ci mette in discussione a un livello di profondità radicale, ci riconsegna la terribile sensazione della nostra contingenza, ci rinvia alla possibile accidentalità di ciò che siamo, di ciò cui teniamo, ci ricorda nel pieno della nostra vita, anche quando la fine è lontana, la nostra insuperabile finitezza di specie, collettiva, individuale.
     Gran parte delle nostre abilità intellettuali è destinata a soffocare questa sensazione, ad annullare il rischio che ci viene dalla percezione che altri punti di vista sul mondo sono possibili.
     Senza l’altro, senza l’incontro (-scontro) con gli “altri”, questo complesso risveglio, mobilitazione e sviluppo delle umane componenti (psichiche, razionali, relazionali) non avverrebbe (come talvolta purtroppo accade), o avverrebbe in misura assai limitata. In sintesi: l’altra via per scoprire il sé e, soprattutto, per costruire il sé. Difatti solo l’esistenza dell’alterità ci fa scoprire il bene reputato più personale e privato: la nostra stessa identità. Nei suoi testi gli episodi circoscritti e fuggitivi si trasformano in misura ritmico-narrativa che, attraverso vampe di colori, controcanti, riflessioni, attestano con un linguaggio asciutto che sa essere commosso e al tempo stesso autoironico, una salda autonomia espressiva, quella della “scrittura del lutto”.
     Ora prevale la coralità sulla soggettività, ora i motivi si fanno sostegno dell’agire strutturale delle sue opere: in tutte difatti si riscontra la tessitura delle voci dell’oralità, o come Kossi stesso la definisce, dell’“oralitura”.
     Nei tratti brevi e balenanti c’è, oltre all’illuminazione lirica, l’ansiosa curiosità di chi è lesto nel cogliere, nell’incessante andare dei giorni, un nuovo varco verso l’occasione che può riservare un brivido: la cifra dell’ironia...
     Scrittura non solo della sofferenza e del disagio, quanto e soprattutto scrittura della speranza. C’è un invito, una sollecitudine che si avverte fra le righe del suo narrare, per un mondo che va ricomposto, per una mentalità che va cambiata.
     Promuovere questa cultura è l’impegno dello scrittore Kossi Komla-Ebri.

Cosimo Laneve
Preside della Facoltà di Scienze della Formazione Università degli Studi di Bari 

 

RINGRAZIAMENTI

     Un particolare ringraziamento va a Fara Editore e all’associazione Eks&tra per averci consentito in gentile concessione la pubblicazione di:
     “Mal di...” (Racconto vincitore del V° premio al concorso letterario Eks&Tra 1997-98) tratto da
Destini sospesi di volti in cammino.
     “Vado a casa” tratto da Parole oltre i confini.
     "Quando attraverserò il fiume” (Racconto vincitore del primo Premio Sezione Narrativa al Concorso “Eks&Tra” 1996-97, pubblicato nell’Antologia “Memorie in Valigia” Fara Editore) tratto da Memorie in valigia.
     All’associazione Eks&tra e all’editore Adnkronos libri per averci consentito la pubblicazione di:
     “Due scatole di fiammiferi” (Racconto pubblicato nell’Antologia “Anime in Viaggio la nuova mappa dei popolo” Adnkronos Libri Roma Aprile 2001) tratto da
Anime in Viaggio.
     Alle riviste del sito www.sagarana.net Numero di gennaio 2001 in Ibridazioni e NarraSud  (marzo-aprile 2000) per il racconto “La manif.”

 

mal di...

     Di tutti gli anni trascorsi in Italia, non saprei quale incolpare per quello che mi succede ora. So bene che dovrei decidermi una volta per tutte a recidere il cordone ombelicale che mi lega a questo vizio, questa specie di malattia.
     Non ricordo neanche come iniziò tutto questo, sicuramente incominciò al mio ritorno in Africa dall’Italia.
     “L’Italia!”... allora solo pensarci era come sfiorare il cielo con le dita.
Erano anni che Fofo (mio fratello) mi prometteva di portarmi con sé in Europa. Non so descrivere l’immensità della mia gioia quando arrivò la tanta attesa lettera. Ce la portò un mio cugino che abitava in città, la cui casella postale faceva in pratica da
refugium peccatorum per tutta la corrispondenza della parentela e oltre, nel villaggio.
     Mio padre fu un po’ restio a lasciarmi partire:
     Una ragazza che se ne va da sola nei paesi dei bianchi! Non se ne parla neanche!
     Mia madre prese le mie difese:
     Non se ne va da sola, va a raggiungere suo fratello!
     Al cocciuto “Non se ne parla” reiterato dal marito, lei mi fece
segno con la testa di uscire e quel segnale mi rincuorò, perché, sapevo, nonostante le apparenze, chi in casa nostra “portava i pantaloni”.
Di fatto, il giorno dopo, mia madre mi portò al mercato ad acquistare una valigia, dei pantaloni usati e mio padre andò in città, ad apprestare i documenti di viaggio.
     La vigilia della partenza vidi una tenera lacrima solcare il viso di
mia madre ed ebbi un effimero senso di colpa, sapendo di abbandonarla da sola al lavoro dei campi e alle faccende domestiche. Papà si rinchiuse in un silenzio di difesa fino all’ultimo momento, poi nel salutarmi mi mise nella mano un talismano di cuoio intarsiato, con una conchiglia e brontolò:
     Abbi cura di te!
     L’Italia! Dio, il freddo! Non immaginavo fosse così pungente. Le mie labbra si screpolarono, le dita si irrigidirono e la mia pelle prese quel colore grigio delle lucertole, nonostante mi spalmassi di crema di cocco. La prima notte fu infernale, la passai in un albergo prenotato
a Roma da mio fratello: coricata sul letto come usavo fare sulla stuoia nella mia capanna, ero mezza assiderata, non sapendo che bisognava infilarsi dentro le lenzuola. Fofo me lo spiegò, sfottendomi, il giorno
dopo quando venne a prendermi alla stazione a Bergamo.
     Mio fratello mi aveva fatto venire per badare alla sua casa e ai suoi figli, perché lui e la moglie lavoravano tutto il giorno. Lui, la moglie italiana e i loro due bambini abitavano a Torre Boldone, un paesino non lontano dal capoluogo, dove lavorava come medico. Mi avevano apprestato una stanza, nella taverna della loro villetta. Si vedeva che stavano bene, anche se trovavo mio fratello un po’ succube della moglie, che comandava come mia madre, ma in modo più esplicito.
     All’inizio fu difficile comunicare con mia cognata e i miei nipotini, perché non capivo la lingua, e mio fratello si rifiutò di farmi da traduttore. Subito mi raccomandò di tenere la mia stanza in ordine, di usare le “pattine” quando entravo in salotto, di non farmi la doccia tutti i giorni perché il riscaldamento costa, di non lasciare le luci accese nelle scale e in bagno, di non impiegare tre ore per stirare, di non parlare nella nostra lingua e di tenere basso il volume di quella “nenia” di musica africana. Incluso nel sacrosanto decalogo, vi era il divieto di cucinare cibi che richiedevano troppo tempo di cottura, e che soprattutto impregnavano la casa per giorni con la scia degli aromi dei condimenti (la “puzza”).
     Sentivo che era sempre angosciato di vedermi fare qualche gaffe, tipo: sgranocchiare le ossa durante il pasto, cosa che a lui piaceva tanto fare al paese, ma chissà perché qui sembrava suscitare in lui come un senso di vergogna. Non riconoscevo più mio fratello, si lasciava chiamare dai figli col suo nome, come se fosse un loro coetaneo. Lui e la moglie davano sempre precedenza a loro in tutto e dovevano pure supplicarli per mangiare la carne! Erano troppo viziati. Io, i miei figli (ne volevo almeno sei), li avrei educati all’africana: obbedienza e rispetto. Non mi piaceva come i bambini rispondevano ai loro genitori.
     Sorrido ora a ripensare a quelle cose, al mio stupore quando vidi per la prima volta mio nipote inscenare una delle sue isteriche commedie, perché si era formata della “pellicina” sul latte. Quando vidi mio fratello alzarsi, mi rallegrai pensando al giusto ceffone che stava per dargli, invece prese un cucchiaio per asportare semplicemente quel velo e implorarlo:

     – Dai, pulcino, bevine ancora un po’! Ero davvero sconvolta!
     Dovevo badare a loro, ma non riuscivo a farmi obbedire. Un giorno in cui ero fuori di me, li sgridai nella mia lingua, perché mi era più facile e loro scoppiarono a ridere, scimmiottando letteralmente il mio “parlare africano” con “Abuga, bongo bingo!” “Eppure” pensai con amarezza “questa è la lingua dei padri del vostro padre!”, ma non proferii parola.
     Non sapevo più come comportarmi. Mia cognata mi faceva sentire un’intrusa, mi guardava con aria sospettosa, perché, per educazione, non la guardavo negli occhi quando le parlavo e la sentii un giorno parlare con una sua amica al telefono dandomi della sorniona e dell’ipocrita.
Il mio sogno d’Europa stava tramutandosi in un incubo: troppo freddo, poco tempo e poi l’indifferenza, la solitudine...
     Me ne stavo sempre di più rinchiusa nella mia stanza a cullarmi nella nostalgia. Feci presto a consumare il sacchetto di farina di
manioca1 e delle arachidi che mia madre m’infilò in valigia. Non riuscivo ad adattarmi a mangiare sempre la pasta: anche se loro dicevano che c’era differenza fra tortellini, bucatini, spaghetti e lasagne, per me era sempre pasta. Avevo voglia di gustare la pate2 con un buon sugo di gombo3
e pollo, con tanto peperoncino dentro, assaporarla con le mani, prendere un boccone scottante e fumante, triturarlo per bene, arrotolarlo da farne una pallina e improntarci un solco profondo con il pollice da poter raccogliere per bene il sugo prima di inghiottirlo, poi leccarmi le dita con delizia e rosicchiare un pezzo d’osso...
     Sorrido oggi della mia vergogna provata quando il mio corpo vide lì la luna per la prima volta e non sapevo cosa fossero gli assorbenti perché avevo con me le pezze di stoffa, oppure quando mi avventurai per la prima volta a comprare le calze, non sapendo che ce ne fossero di diverse taglie, colori e “denari”...
     Rivedo ancora, come se fosse ieri, la faccia esterrefatta di mia cognata quando mi vide estrarre dalla lavatrice il mio primo tentativo di bucato, con le maglie che si erano raggrinzite e le camicie e gli slip bianchi che erano diventati rosa o macchiati di viola...
     Devo la mia salvezza a Conception, una ragazza filippina che faceva la colf presso una famiglia nella villetta contigua alla nostra e parlava un po’ di francese. Ci vedemmo per la prima volta sui balconi, mentre ero intenta a battere un tappeto, poi ci trovammo a fare la spesa
al supermercato. Lei era già in Italia da cinque anni e la sua amicizia e i suoi consigli furono per me come una manna nel deserto.
     Presto imparai la lingua, a cucinare e a tenere la casa al meglio.
Lavoravo svelta e mi avanzava tempo per leggere e guardare la televisione. Ben presto avevo imparato ad apprezzare il cibo.
     Cercai di assimilare più cose possibili, di dimenticare totalmente quella che ero. Intanto diventai più esigente, volevo che mio fratello mi lasciasse uscire ogni tanto, volevo la mia giornata di libertà come Conception, volevo soldi per poter mandare un regalo a mia madre, per
comprare vestiti nuovi come piacevano a me e non più riciclare quelli di mia cognata. Nella discussione che ne nacque con mio fratello, ci scambiammo accuse reciproche, che non avrei mai pensato di poter formulare. Disse:
     Sei un’ingrata! – quando gli annunciai di aver trovato lavoro presso una signora anziana a Bergamo, perché volevo guadagnarmi la mia indipendenza. Dapprima urlò:
     Se volevamo pagarci una baby sitter o una colf, non c’era bisogno di mandarti a chiamare dall’Africa, sai! – poi di fronte alla fermezza della mia decisione, tentò la carta sentimentale – Non t’importa di lasciarci così in difficoltà, di abbandonare i tuoi nipoti, fingevi allora di volergli bene! Sei proprio senza cuore!
     Solo io so quanto mi costò lasciare mio fratello, resistendo alla tentazione di abbracciarlo, per spiegargli che non potevo venire fin qui in Europa senza tentare di realizzare qualche cosa, perché io a differenza di lui, sognavo di tornare a casa e creare qualche cosa di mio, che non volevo fare la domestica a vita in terra straniera.
     Così una mattina di primavera, quando l’aria mattutina pungeva appena viso e narici, e la natura si svegliava dal suo cupo letargo con il germogliare delle piante e il dolce gorgoglio di libertà degli uccelli, spiccai il mio volo verso l’indipendenza. Andai ad abitare appena fuori Bergamo, presso un’anziana signora (Maria) che mi mise in regola con la questura e il libretto di lavoro. Intanto mi ero iscritta a un corso di taglio e cucito e risparmiavo i soldi, per pagarmi una macchina da cucire tutta per me.
     Passato il primo momento di rabbia, e dopo una lettera di nostro padre, mio fratello venne a trovarmi di nascosto dalla moglie. Lì da me ritrovavo il Fofo che avevo sempre conosciuto, parlavamo nella
nostra lingua, gli preparavo piatti nostri, piccanti, che inghiottiva golosamente... con le dita! Poi spezzava l’osso con i denti e ne succhiava voluttuosamente il midollo, facendo un rumore infernale e lo sentii infine ridere come si usa da noi a piena gola e parlare e ricordare della gente, degli episodi del villaggio. Un giorno, vedendolo ballare scatenato al ritmo di una musica tradizionale, lo sfottei:
     Dottore, se ti vedessero i tuoi pazienti! – e lui ribatté ridendo:
     Direbbero: eppure sembrava uno come noi!
     Se n’andava poi con passo leggero, con dentro gli occhi la luce ironica di chi si diverte a tradire se stesso.
     La mia amica Conception veniva a trovarmi una domenica su due, e insieme si fantasticava sui nostri progetti da realizzare una volta tornati definitivamente a casa. La mia idea era di aprire un atelier inizialmente da sola, poi creare una cooperativa di sarte e confezionare vestiti alla moda europea, con tessuti africani, chissà magari da rivendere nella grande distribuzione in Europa...
     Ebbi anche l’opportunità di conoscere altri compaesani e così ripresi a salutare gli africani che incontravo per strada. Alcuni venivano a trovarmi, perché avevo la fortuna di avere un appartamento solo per me, al piano terra della villa, dove si poteva stare assieme per fare le
trecce, ascoltare musica, senza disturbare nessuno, parlare ad alta voce.
I nostri incontri erano le uniche occasioni per sfoggiare i miei
boubou4
sgargianti...
     La signora Maria era veramente gentile. Una sera mi confidò, mentre ricamava con gli occhi stanchi sul suo tombolo il millesimo centrino, che avevamo portato la luce e la gioia di vivere nella sua casa, che inizialmente a sentirci da lontano parlare e a vederci gesticolare, sembrava che stessimo litigando.
     Un giorno, Fofo mi trovò a casa con delle amiche intente a ballare un motivo del paese. Al suo arrivo, si fece un silenzio di rispetto, ma carico di rimprovero, perché in molti lo consideravano come un “traditore”. Non tanto perché aveva sposato una bianca, ma perché, dicevano, era diventato come un bianco: freddo e indifferente alla sua gente, come se si vergognasse delle sue origini e poi non si capiva perché, con tutto lo spazio che aveva in casa sua, non organizzasse ogni tanto qualche serata per ballare, almeno per le feste importanti. Si sentiva a disagio e dopo un po’ scappò via con la scusa di un paziente da vi
sitare. Da allora prese a telefonarmi prima di arrivare come usano in Europa. Non per difenderlo, ma capivo che lui aveva fatto la scelta di stare definitivamente in Italia, e per la stabilità della sua famiglia era dovuto scendere a compromessi con se stesso. Conoscendo mia cognata, sapevo che non poteva portare “gente” in casa così all’improvviso, come usiamo fare da noi e ospitarli per pranzo o cena o addirittura stare a dormire. Qui è tutto diverso, da noi con l’abitudine della grande famiglia e il fatto di cucinare piatti unici a base di sugo, si fa presto a riscaldarne un po’, a rigirare in pentola un po’ di pate o pestare del foufou5 per fare posto attorno al piatto per l’ospite. Alcuni davano la colpa a mia cognata, ma credo che qui, il ritmo della vita è tale che il tempo annacqua i sentimenti divorando la vita e la gente. Se a lui andava bene così, come mi confessò un giorno, doveva andare bene anche per noi, perché lui rivendicava il suo diritto a vivere la sua vita come libertà individuale e non collettiva come predica la solidarietà africana, e poi non si sentiva l’obbligo di frequentare qualcuno per il solo fatto che quello era nero oppure proveniva dall’Africa.
     Qui in Europa – sentenziò – ognuno deve pensare per sé, punto e basta, io mi sento in dovere solo nei confronti dei miei parenti stretti e solo se bisognosi o meritevoli.
     Certo non condividevo il suo punto di vista. Replicai soltanto:
     Fofo, questo paese, questa nebbia non fa per me, mi manca il sole, le feste al villaggio, il tempo, le risa della gente, il vivere assieme con le persone.
     Eppure, continuai a lavorare, risparmiando, soffocata dalla nostalgia con un unico pensiero e traguardo: tornare a casa per aprire il mio negozio di sartoria.
     Infine due anni fa, con un groppo in gola, abbracciai tristemente la signora Maria, che era stata cosi buona con me, sapendo che la mia partenza coincideva con il suo ingresso in un ricovero. Trattenendo a stento le mie lacrime nascenti, salutai mio fratello, Conception e tutti i miei amici, e me ne tornai a “casa” con la valigia piena di regali, di piatti e posate, con un sogno da realizzare.
     Al mio ritorno in Africa, passata la prima settimana d’effervescenza, capii che non potevo più vivere al villaggio, dove non c’era né luce né acqua corrente, abituata com’ero ormai a vivere con certe comodità. Non riuscivo più a intavolare una conversazione decente con le
amiche di un tempo che, ormai, si erano sposate: chi già con due o tre figli e che sentivo m’invidiavano malevolmente. I miei vecchi insistevano a volermi scegliere un uomo da sposare, ma io avevo ormai deciso per una vita libera da “single”: non volevo fare la serva di nessun uomo e tanto meno rinunciare ai miei progetti.
     Decisi di trasferirmi in città, un po’ per sfuggire all’assalto quotidiano dello sciame dei parenti, che si allineavano per la questua, un po’ perché il caldo, le mosche e le zanzare mi erano diventati insopportabili e sentivo la necessità di vivere in un ambiente climatizzato, ordinato e tranquillo.
     Il primo anno non fu così facile come preventivavo, ma ormai lentamente incominciai a farmi una certa clientela e una delle mie clienti, Sonia, che ha il suo negozio di parrucchiera dirimpetto al mio, è diventata la mia migliore amica. Sonia è una ragazza formosa, gentile e decisa ed è tornata dalla Germania, dove lavorava “nello spettacolo” due anni prima di me, per investire i suoi risparmi nel suo salone.
     Ora per me le cose vanno meglio.
     In verità dovrei dire, ora andrebbero meglio, se non fosse per quella strana sensazione d’irrequietezza che ogni tanto mi invade tutta fin dentro le ossa.
     Allora prendo la mia auto, vado in centro città a girare per i negozi, entro nei supermercati a comprarmi degli spaghetti, delle scatole di pelati, della carne venuta dalla Francia, un po’ di taleggio e poi torno a casa a cucinare il tutto e a invitare Sonia a cenare con me. A volte andiamo a prendere l’aperitivo al “Gattobar” e poi via di corsa a divorare una pizza “Da Silvia” per concludere la serata a vedere qualche bel film con Mastroianni e Sofia Loren. Oppure ce ne stiamo in casa a vedere le mie foto di quando ero a casa “mia” in Italia ascoltando le canzoni del festival di Sanremo, di Baglioni, Ramazzotti o Zucchero.
     La domenica attraverso tutta la città per andare ad assistere alla messa nella parrocchia dei padri comboniani per potere all’uscita conversare un po’ con loro, in italiano.
     A volte è Sonia a invitarmi ad andare a bere una birra all’osteria “Bavaria” dei marinai tedeschi, che lei stupisce con il suo perfetto tedesco, poi ce ne torniamo a casa sua a mangiare delle salsicce con crauti e senape poi balliamo del valzer viennese.
     Non so spiegarmi quel vizio, quella mania di cui non riesco proprio
più a disfarmi e che mi fa addirittura fare il tifo per gli azzurri quando c’è una partita internazionale, al punto che con Sonia dopo un’Italia-Germania, non ci siamo più parlate per una settimana.
     Ah l’Italia! Pensare che in Italia, volevo tanto tornare a casa! Ormai mi sento come inquilina di due patrie: a volte ne sono felice, a volte mi sento un po’ dimezzata, un po’ squilibrata, come se una parte di me fosse rimasta là, eppure so che lì avrei di nuovo il mal d’Africa.
     Forse la mia è nostalgia, o più semplicemente mal di...
     Mal d’Europa.

 

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