Estratto dalla Tesi Online in Sociologia presentato da Manuel Antonimi
La rappresentazione dell'altro nella sofferenza e nella quotidianità
Luglio 2007
http://sociologia.tesionline.it/sociologia/dossier.jsp?m=0707
1. Premessa
“Olivabassa era un paese dell’interno. Cosimo ci arrivò dopo due giorni di cammino, superando pericolosamente i tratti di vegetazione più rada. Per via, vicino agli abitati, la gente che non l’aveva mai visto dava in grida di meraviglia e qualcuno gli tirava dietro delle pietre, per cui cercò di procedere inosservato il più possibile. Ma man mano che si avvicinava a Olivabassa, s’accorse che se qualche boscaiolo o bifolco o raccoglitrice d’olive lo vedeva, non mostrava alcuno stupore, anzi gli uomini lo salutavano cavandosi il cappello, come se lo conoscessero, e dicevano parole certamente non del dialetto locale, che in bocca loro suonavano strane, come: - Senor! Buenos dìas, senor!” (I. Calvino, 1998)
Con la forza evocativa della prosa de “Il barone rampante” di Italo Calvino, appare fin da subito evidente la prospettiva da cui muoverà questa breve ricerca sulla rappresentazione dell’Altro.
La condizione di straniero, di estraneo, di alterità è connessa inevitabilmente alla relazione Noi-Loro: la differenza, che implica l’essere altro, non è una caratteristica oggettiva, naturale, che lo straniero porta con sé.
L’essere straniero non è definito da una sua qualità intrinseca, ontologica, bensì entro una relazione con un Noi che definisce e nomina la realtà che lo circonda. L’Altro presuppone sempre un incontro con il Noi, centro del discorso, che traccia un confine, fissa un dentro e un fuori, un positivo – sfera della solidarietà e dell’appartenenza – ed un negativo – sfera dell’esclusione, della paura, della mancanza di fiducia dove l’Altro è collocato – per definire la propria identità. L’Altro, in questo processo di significazione, è mancanza, negazione del Noi e più avanti, nella seconda parte della ricerca, diventerà evidente questa dimensione di manchevolezza nelle modalità di costruzione dell’alterità, nelle pratiche quotidiane attraverso le quali il Noi si relaziona con l’Altro. All’immigrato e allo straniero, in altre parole, non è concessa un’identità positiva:
Conosci le parolacce in italiano?” “Sì” “Dimmene una!” “Extracomunitario!” “Ma dai! Anche gli svizzeri e gli americani sono extracomunitari!” “Quindi non è una parolaccia?” “Certo che no!” “Anche se ci definisce per quello che non siamo?” “Sì” “Allora spiegami perché un ragazzino di 14 anni, solo perché è nato in Italia, mi ha dato dell’extracomunitario, a me che sono in Italia da ormai trent’anni, lavoro, pago le tasse, che mi sono ingozzato di chili di spaghetti e pizza [...]e per di più ho la cittadinanza italiana, sposato con una italiana con figli italiani?... Forse perché sono nero?” (Kossi Komla-Ebri, 2004)
Il Noi e i suoi tratti distintivi divengono la normalità, l’Altro la negazione di essa.
Il mio amico senegalese Pap chiese a sua moglie italiana di raccontargli la trama del film che era andata a vedere. “E’ la storia di una coppia: lei normale e lui gitano che...” “Come? Non ho capito!” “E’ la storia di una coppia. Lei è una normale, cioè italiana e lui gitano. Hai capito?” “Lei normale! Certo ho capito: come fra me e te io sarei anormale e tu la normale! Vero?” (ib. 2004)
Porre l’attenzione sulla rappresentazione dell’escluso significa dunque riconoscerne il carattere processuale, relazionale, contestuale e sempre situato. Ciò che ieri era straniero domani potrà non esserlo più perché qualche altra discontinuità verrà posta come differenza significativa per tracciare il confine tra il Noi e il Loro.
Cosimo, il baroncino protagonista del libro di Calvino, deciso un giorno di vivere fino alla morte sugli alberi, è straniero, selvaggio, ignoto nei paesi d’attorno a Olivabassa, ma una volta giunto in questo abitato la sua condizione muta improvvisamente: non è più estraneo perché incontra un nuovo Noi, una nuova collettività – centro del discorso sull’Altro – che ha già conosciuto “altri” come lui, ossia una comunità di nobili spagnoli esiliati costretti a vivere sui rami e sugli spalti frondosi per non incorrere nella violazione del divieto regio.
La condizione paradossale di essere straniero di Cosimo evidenzia ancora più efficacemente, e poeticamente, come l’essere Altro è esito di una definizione attiva dell’uomo, risultato di un’azione umana e sociale di classificazione, selezione e costruzione attraverso il linguaggio e le pratiche quotidiane.
Il breve estratto narrativo, nondimeno, richiama all’attenzione un altro aspetto interessante che caratterizza l’essere straniero ossia il carattere di ambivalenza legato alla sua posizione particolare di vicinanza/lontananza, di essere pur sempre incluso nel noi ma non parte del noi (o almeno non più nel caso di Cosimo). Il ragazzo saltando tra le frasche suscita stupore, meraviglia, attrazione e al contempo grida, orrore e repulsione in coloro che lo incontrano: è essere umano ma si muove e vive come una scimmia, un selvaggio irrompendo con forza nella classificazione del Noi, sovvertendola e frantumandola senza adeguarsi ad essa, seppure solo quale residuo, quale mancante – come accade allo straniero che non vive in mezzo al Noi- del centro che nomina la realtà. Lo straniero, in questa condizione marginale, di liminalità è colui che porta il lontano (l’esotico, la paura) nel vicino (il quotidiano, la comunità e le sue relazioni abitudinarie) e viceversa – porta la vicinanza in ciò che è sempre stato posto fuori, lontano dai confini. Cosimo è pur sempre il figlio del Conte di Piovasco di Rondò, ma allo stesso tempo solleva diffidenza, paure, dubbi: “E’ uomo o animale selvatico? O è il diavolo in persona?”.
L’Altro attrae e respinge, punto di unione di una polarità irrisolvibile che per Simmel costituisce la condizione tipica della relazione sociale, quindi del nostro vivere in società e della stessa formazione della nostra identità: sballottati su una scomoda barca fra le perenni onde dell’identificazione e della differenziazione, della vicinanza e della lontananza che ogni relazione sociale implica.
La forza del brano di Calvino è posta nella sua evidente paradossalità, nell’inconsistenza e nell’irrealtà su cui si basa la differenza che segnala Cosimo come Altro: inconsistenza che mostra chiaramente come la diversità sia un quid costruito dal contesto e non una condizione materiale a-storica che si presenta all’uomo e sulla quale scaricherebbe le sue tensioni o patologie mentali.
Il Noi ricerca sempre un porto quieto, una “casa sicura” e l’irrealizzabilità di questo edificio armonioso per via dell’aporia, dello scollamento che si crea tra realtà e progetto porta la comunità a costruire un capro espiatorio, una categoria sociale, l’estraneo che vive in mezzo a noi, che sia la causa del fallimento del progetto collettivo. L’Altro è così minaccia che si insinua fra la comunità, ne satura ogni spazio e scompiglia qualsiasi possibilità di ordine, non permette più di essere padroni a casa propria.
Una sera, mentre era al lavoro, dei ladri provarono a entrare in casa di Gabri, una mia amica italo-etiope di carnagione chiara. Se ne accorse l’indomani, vedendo infranto il vetro esterno della finestra a doppi vetri. Sul pianerottolo incontrò una vicina che glielo confermò: “E’ stata fortunata se non fosse per l’anziana signora del piano di sopra, che si è sporta dal balcone e li ha cacciati via minacciandoli di chiamare la polizia [...]”. Riconoscente, si presentò dopo qualche giorno con una pianta dalla sua salvatrice per ringraziarla. Lei rispose: “ Ah! Non so neanche che coraggio ho avuto, mi è venuto naturale, non ho neanche pensato che poteva essere uno di quei negri...sa, quelli sono senza scrupoli: ti aspettano e poi, dietro l’angolo, si vendicano!” (ib. 2004)
La ricerca prenderà le mosse da questa breve premessa: si cercherà di osservare le modalità attraverso cui il Noi segnala la distinzione che definisce l’Altro – analizzando la dimensione poetica del discorso (come si articola il linguaggio e le pratiche attraverso cui si costruisce il sapere sulla realtà) – per poi risalire al confine stesso che viene tracciato nella relazione Noi/Loro e quali implicazioni, aspettative e condotte sulla realtà esso comporta – in quanto “ il sapere, una volta applicato nel mondo reale, ha effetti reali e in questo senso almeno “diviene vero”(S. Hall “The work of Representation”). In tale prospettiva Focault parla di sapere/potere.
La seconda parte sarà concentrata su una breve raccolta di episodi quotidiani nei quali viene evidenziato, con semplice umorismo e sottile ironia, come le comuni pratiche di relazionarci con gli immigrati africani definiscano l’Altro e le aspettative del Noi nei loro confronti. La serie di rapidi racconti è contenuta nel libro “Imbarazzismi” di Kossi Komla-Ebri e nel suo seguito “Nuovi Imbarazzismi”. La scelta è caduta su questi due testi per diversi motivi: innanzitutto per la disarmante semplicità e quotidianità delle pratiche quotidiane raccontate attraverso le quali una collettività, ossia la nostra, costruisce l’immagine dello straniero che vive in mezzo al Noi, cioè l’immigrato africano che si incontra nelle nostre città. I racconti mostrano come sia la banalità dei nostri gesti, dei nostri discorsi a forgiare l’immagine dell’altro e la nostra condotta/aspettativa nei suoi riguardi: in sostanza si pone in rilievo la “banalità del razzismo”, richiamando in parte il titolo del saggio di H. Arendt.
In secondo luogo perché come dice Laura Balbo nell’introduzione attraverso questi testi si ha la possibilità di “leggere scritti che ci rimandano l’immagine del noi che hanno gli altri e che descrivono, da punti di vista che non sono i nostri, situazioni del vivere quotidiano [...]”
Infine per l’eloquenza del titolo “Imbarazzismi” in cui è contenuto con una forza e una brevità elicitate al massimo grado tutta l’ambivalenza che caratterizza la posizione dello straniero e la relazione del noi nei suoi confronti: da una parte imbarazzo, sensazione di vergogna che si prova nei riguardi di chi si percepisce vicino, di chi è come noi – e dunque vicinanza – e dall’altra razzismo, ossia giudizio negativo dell’altro, lontananza e repulsione.
In questa parte della ricerca si mostrerà così come, attraverso queste pratiche relazionali sospese tra imbarazzo e razzismo, si definisce l’altro nella quotidianità, quali implicazioni porta con sé la rappresentazione e come si orienta la nostra condotta, i nostri comportamenti producendo così “effetti reali”.
4. Imbarazzismi
ovvero della relazione con l’altro tra imbarazzo e razzismo
Si è già detto nel secondo paragrafo i motivi per cui si è scelto questa breve raccolta di banali (in quanto ordinari, scontati, quasi automatici) episodi quotidiani, contenuta in “Imbarazzismi” e in “Nuovi Imbarazzismi”. Episodi che sono scene di ogni giorno nelle quali tutti incorriamo, con maggiore o minore consapevolezza, che parlano di comportamenti e aspettative inserite in quel sapere, in quel discorso egemonico che definisce l’altro e orienta la nostra condotta. Così, gli episodi che verranno presi velocemente in considerazione possono fungere da esempio di come il sapere con cui si dà senso alla realtà e si costruisce la nostra identità, attraverso la negazione dell’Altro, sia esito di continue pratiche quotidiane e di come il potere ad esso connesso sia in ogni luogo, in ogni spazio (dal supermarket alla televisione) e non sia vincolato in maniera monopolistica ad un centro.
In questo caso l’Altro, che viene definito attraverso le pratiche con cui il Noi si relaziona ad esso, è l’immigrato africano che vive in mezzo al noi e che, nonostante si adegui alle “ricette” della nuova comunità, viene comunque riconosciuto come diverso. Si è detto all’inizio che la condizione di straniero nasce da un incontro con un Noi:
Quando portammo per la prima volta i nostri figli in Africa a conoscere i nonni paterni, venivano rincorsi e additati dagli altri bambini festosamente con le grida: “Yovo(bianchi)! Yovo! Yovo!” I miei pazientarono per i primi giorni ma, siccome la scena si ripeteva di continuo , dovetti spiegare il significato del termine. Giunti a casa, esasperata, mia figlia mi chiese: “Papà, perché in Italia mi chiamano negra e qui in Togo mi dicono Yovo?” (Kossi Komla-Ebri, 2004)
Essere straniero non è definito da una sua caratteristica intrinseca, da un sua diversità oggettiva, come ci narra M. Twain in “Wilson lo Svitato”
Sotto tutti i punti di vista Roxy era bianca come chiunque altro, ma quella sedicesima parte negra predominava sulle altre quindici, e faceva di lei una negra. Era una schiava e come tale merce da vendere. Suo figlio per trentun parti bianco e anche lui schiavo e, per un capriccio della legge e delle usanze, un negro. Aveva occhi azzurri e riccioli biondi, come il suo compagno bianco; perfino il padre del bimbo bianco riusciva a distinguerli – per quel tanto che se ne occupava – unicamente dai vestiti. Perché il bambino bianco portava una vestina di leggerissima mussola, tutta crespe e gale e una collanina di coralli, mentre l’altro aveva indosso una semplice camicia di lino grezzo, e niente monili. (M. Twain, 1987)
Linguaggio, leggi (istituzioni), usanze, vestiti e monili ecco le modalità attraverso le quali l’altro viene definito e il confine tra Noi e Loro tracciato. Per quanti sforzi quest’ultimo compirà per cercare di essere parte del noi, rimarrà sempre estraneo.
Ma come viene trattata questa sua costante ambivalenza? Come è costruito il ragazzo o la ragazza senegalese o ivoriana o congolese che si trova a vivere in mezzo alla nostra società, ma non è parte della nostra società? Quale differenza e confine viene fissato? Con quali implicazioni?
Nell’introduzione si è detto che la comunità, nel tentativo di definire se stessa e il mondo che la circonda, definisce l’estraneo come opposto, come negazione della parte che parla e rappresenta. Il Noi è la norma e l’Altro è tutto ciò che è posto al di fuori:
Disse la bambina parlando del suo fratellino appena adottato: “Non mi piace andare in giro con lui, perché lui è anormale”. “Come anormale?” “Sì! Tutti lo guardano perché ha gli occhi così (gesto per indicare gli occhi a mandorla) e la pelle scura, invece non mi guardano perché io sono normale!” (Kossi Komla-Ebri, 2004)
L’altro diviene oggetto di categorizzazioni, di un processo di oggettivizzazione ossia è percepito come qualcosa di generale e non nella sua individualità: ogni immigrato diviene esempio tipico di una categoria più ampia. Lo straniero è colto in termini di generalità e non per le sue caratteristiche personali:
Cissé non tornava in Senegal da due anni per poter accumulare così due mesi di ferie da passare in terra natale. [...] Al check-in, la signorina raffreddò il suo entusiasmo informandolo che le sue valigie pesavano 40 chili e che aveva diritto solo a 20. La sua gioia si tramutò dapprima in angoscia per sprofondare poi nella più nera disperazione. Non poteva certo tornare a casa senza regali. Sarebbe stato la più cocente delle umiliazioni, perché i regali erano il segno tangibile della sua riuscita in Europa e si era privato di tante cose per quello. Per sua fortuna una giovane coppia di neo-sposi in viaggio di nozze per Dakar, avendo pochi bagagli, si offrì di condividere i suoi chili eccedenti. Il suo sollievo fu mitigato dal commento della signorina alla coppia: “Così li abituate male, perché questi qua non viaggiano...traslocano”. (Kossi Komla-Ebri, 2002)
“Questi qua” è il segno linguistico più ricorrente in questo processo di oggettivizzazione, dove le differenze individuali, che ogni estraneo porta con sé, finiscono per essere tutte sfumate e cancellate in un’unica categoria.
La signora maestra perorava con gli occhi fuori dalla montatura: “Vede, in classe abbiamo un ragazzino di colore e vorremmo approfittare della sua presenza per fare dell’intercultura ma...niente da fare. L’altro ieri gli ho chiesto di dirci una parola in africano e lui, silenzio totale”. Concluse sagacemente: “Secondo me si vergogna delle sue origini!” Può anche darsi, ma cara maestra mia, mi dica lei una parola in “europeo”! (ib. 2004)
Nei due episodi appena citati emerge un’altra considerazione interessante: uno degli approcci con cui il Noi si relaziona all’Altro è il paternalismo. La comunità si deve prendere cura dell’estraneo in quanto inferiore, inadatto a sapersi gestire, non ancora civilizzato come il centro del discorso. La frase “così li abituate male” da una parte mostra l’atteggiamento tipico dell’educatore che si deve far carico dell’apprendimento altrui, al contempo il “plurale” con cui è costruito il modo di dire, pur rivolgendosi al solo Cissé, ci illumina su quei processi di oggettivizzazione quotidiani attraverso cui guardiamo l’Altro. L’estraneo in questo modo viene costruito attraverso le pratiche e il linguaggio come un bambino. L’altro che vive in mezzo a noi è definito come un incapace che ha bisogno di essere aiutato, seppure non diventerà mai come noi: “per quanto possa lavare le sue mani sporche, esse non saranno mai bianche”.
L’Altro è costruito come mancanza non solo nel senso di incapacità di sapersi gestire, di essere responsabile, ma anche nel più sottile significato di presenza irrilevante
Ribka era sola in ufficio. Le sue due colleghe italiane erano in pausa caffè. La signora entrò senza bussare. Rbka sentì il suo sguardo laser trapassarla per vagare contrariato sulle sedie vuote. “Dica signora!” “Non c’è nessuno (il corsivo è mio)?” “Come?” “Non c’è nessuno?” Ribka pensò tra sé:: “E io chi sono? Una sedia, un tavolo?” Poi si informò: “Mi dica signora, come la vuole? Bionda? Rossa? Bruna?” (ib. 2004)
L’Altro così è “nessuno”. Come sostiene Bauman, l’Altro diviene “un essere-non-riconosciuto, un’esistenza non-ammessa: un essere-che-non-è, un’incongruenza”. Una possibile strategia per accettare la presenza dell’Altro in società può essere quindi il non-incontro, il non-riconoscimento.
Un’implicazione di una tale costruzione dell’altro è disattenzione nei suoi confronti, indifferenza verso di lui. L’Altro è ombra e come tale scompare al nostro passaggio.
Un’ulteriore conseguenza di questa modalità di relazionarsi con l’immigrato è considerare il ragazzo o la ragazza immigrata inadeguata a svolgere determinati ruoli
Un giorno, mentre si trovava nel corridoio della corsia dove lavorava come infermiera, Akolè vide arrivare un signore elegante e distinto. Con premurosa gentilezza, gli andò incontro e gli chiese: “Mi scusi, posso esserle utile?” Lui rispose con un secco “no” oltrepassandola per recarsi diritto verso la dispensa dove le ausiliarie stavano approntando i pasti per i degenti. Arrivato lì disse: “Sono il figlio della signora Galimberti del letto 130 che è stata operata stamani e vorrei avere notizie dalla caposala sulle sue condizioni”. Gli fu indicata la caposala, che era l’infermiera “di colore” che aveva appena sorpassato nel corridoio. (ib. 2002)
Non solo l’Altro non sa gestirsi e non sa svolgere le mansioni più rilevanti, ma non è nemmeno preparato a rispettare le norme semplici e comuni del vivere in società.
Mi raccontò Matteo, un giovane di origine togolese: “Tornavamo dalla Francia col TGV io e Franco, un mio amico italiano. La nostra carrozza era piena di gruppi di giovani un po’ chiassosi e in vena di scherzi. A un certo momento, iniziarono a produrre il rumore dello “scoreggio” con un sacchetto giocattolo. [...] ...passò nel corridoio una signora e allo stesso momento risuonarono il malefico rumore. La donna si girò di scatto verso di me e con tono di voce cattiva mi aggredì: “Non siamo mica in una stalla!”. (ib. 2004)
Anche le etichette linguistiche stesse con cui abitualmente, quotidianamente definiamo l’Altro concorrono a una sua definizione come mancante, come incapace o come irrimediabilmente destinato ad accontentarsi del poco che la comunità gli concede. Egli non può aspirare a diventare come noi.
Il sindaco di una grande città del nord Italia in un discorso ufficiale definì con il termine “vu cumprà” i venditori ambulanti senegalesi. Qualcuno obbiettò che la parola era offensiva e carica di significato dispregiativo. Il primo cittadino ribatté che si trattava di una polemica pretestuosa in quanto ormai “vu cumprà” era una parola d’uso comune. Quando chiesero ad un mio amico giornalista senegalese cosa ne pensava, egli rispose: “Dite a quel sindaco che è un cretino! Tanto, “cretino” è ormai una parola d’uso comune” (ib. 2002)
Ciò che quel sindaco non capiva (o faceva finta di non capire) era la connotazione negativa ancorata a un termine come “vu cumprà” – oltre al fatto di catalogare tutti gli immigrati entro una categoria generale che non da peso alle differenze interne dell’Altro. Le etichette inoltre, come ci ricorda M. Twain, sono difficili da “staccare” una volta incollatesi al soggetto sociale che va a definire.
Di lì a una settimana aveva perso il nome di battesimo, sostituito con quello di Svitato. Col tempo riuscì a farsi benvolere, e anche molto; ma ormai il soprannome gli si era incollato addosso e lì stava. Il verdetto di quel primo giorno aveva stabilito che era uno sciocco, ed egli non riuscì a farlo dimenticare e neppure modificare. Ben presto il soprannome cessò di essere l’espressione di sentimenti offensivi e ostili, ma gli rimase e continuò a rimanergli per venti lunghi anni. (M. Twain, 1987)
I pregiudizi, pur avendo forma discorsiva, non per questo sono meno carichi di implicazioni sulla realtà. Infatti, etichettare in questa maniera i ragazzi e le ragazze senegalesi ha delle implicazioni notevoli sul nostro modo di relazionarci con loro: crea infatti delle aspettative sui ruoli che essi possono assumere nella nostra società. L’immigrato nel nostro immaginario è destinato a rivestire ruoli subordinati, a occupare quegli spazi sociali lasciati liberi dal noi, perché umilianti o poco gratificanti.
Un giorno uscivo dal supermercato con mia moglie, che è un’italiana. Avevamo fatto tanta spesa da riempire due carrelli. Dopo aver caricato il tutto nel portabagagli della macchina, mia moglie mi spinse i due carrelli da riportare per recuperare le due 500 lire. M0incamminavo con i miei due carrelli, quando sentii dietro le spalle un “ssst!” accompagnato da uno schioccare di dita. Mi girai e vidi un signore sulla cinquantina farmi segno con l’indice di avvicinarmi, ed abbozzare il gesto di spingere il suo carrello verso di me. Lo guardai con un’espressione che mia moglie descrisse poi come carica di lampi e fulmini. [...] Senz’altro, visto il colore della mia pelle e il gesto d’affido dei carrelli da parte della mia signore, il “sciur” aveva fatto la somma deduttiva: negro+carrelli=povero extracomunitario che sbarca il lunario. (ib. 2002)
Tornando da scuola, Gratus passò per il centro perché doveva comprare dei quaderni in una cartoleria. Appena lui con il suo borsone entrò nel negozio, il commerciante gli venne incontro con mani e palme aperte dicendo: “No, grazie, non compriamo niente!” “Ok!” disse Gratus “ma io posso comprare dei quaderni?” (ib. 2002)
Quando Kuma si recò con la sua adorata Serena in Sardegna per conoscere i futuri suoceri, lei portò ad assaporare la tiepida brezza salmastra della sera in spiaggia. Mentre Kuma apriva il borsone per estrarne la salvietta per sdraiarsi, gli si avvicinarono due amabili signore che con sollecitudine chiesero: “Non hai qualche braccialetto o collanina da vendere?” (ib. 2002)
Suzanne, salvadoregna, felicemente sposata con un italiano, è supercoccolata dai familiari di lui. [...] Una mattina decise di iniziare ad arrangiarsi da sola e uscì per comprare il pane nel negozietto a pochi isolati da casa, dove usava servirsi la suocera. Quando giunse il suo turno,puntando l’indice verso lo scaffale, disse: “Vorrei quattro pezzi di quel pane.” La negoziante, squadrando la sua faccia minuta, i suoi dolci timidi occhi lievemente a mandorla rispose: “Guarda che quello non è il pane che compra la tua padrona!” (ib. 2004)
“... la tua padrona!”. Il confine tracciato attraverso una tale costruzione dell’Altro è quello della subordinazione sia fisica che sociale. L’immigrato non è come noi, è inferiore socialmente in quanto è dipendente da un padrone bianco o da una padrona bianca: non è autonomo proprio perché incapace di agire responsabilmente, di sapersi gestire, di rispettare le norme quotidiane e di assumere posizioni sociali superiori a quelle del noi bianco. Lo spazio a lui riservato è quello più infimo della gerarchia sociale – badante, vu cumprà, lavavetri etc. – e finché è confinato in esso non è pericoloso, non minaccia l’ordine e le classificazioni, che lo collocano nell’ambito della società solo come residuo dipendente dal noi. L’Altro diviene oggetto di cui il Noi può disporre per le proprie comodità, per il proprio svago e consumo – anche se, beninteso, non è affatto necessario. Inferiorità che non deve alimentare risentimento perché, come detto, in fondo la comunità “civilizzata” del Noi si prende cura di lui, si fa carico della sua inferiorità. L’immigrato è talmente inserito in questa costruzione della differenza, basata su subordinazione-dipendenza e fissata dal centro del discorso, che diviene inconcepibile solo immaginare che esso possa nutrire dei risentimenti contro il noi.
Un giorno, in classe, durante un incontro sull’interculturalità, chiesi ai ragazzi di darmi una definizione del termine “razzismo”. Subito, il più sveglio esclamò: “Il razzista è il bianco che non ama il nero!” “Bene!” dissi “E il nero che non ama il bianco?” Mi guardarono tutti stupiti ed increduli con l’espressione tipo: “Come può un nero permettersi di non amare un bianco?”. (ib. 2002)
La differenza tra Noi e Loro basata sulla condizione di inferiorità di questi ultimi, sulla mancanza di tutto ciò che i primi possono essere, si può spingere fino alla caratterizzazione fisica.
La pazienza di Driscoll era esaurita. Era piuttosto umano verso gli schiavi e altri animali... (M.Twain, 1987)
L’Altro alla fine perde la sua caratteristica di essere umano, è declassato dall’umanità per sistemarsi a cavallo tra essere uomo, essere animale e oggetto del noi. In questo caso si giunge a quella figura che Bauman chiama “straniero assoluto”.Come detto all’inizio del paragrafo lo straniero interno sfugge alla classificazione: non è mai né amico né nemico, è amico e in pari tempo nemico di cui non ci si può fidare. E’ inserito nella comunità, ma non fa parte del noi. L’immigrato è socialmente distante, ma fisicamente vicino: vive negli interstizi, nelle pieghe del tessuto sociale del noi. Questa sua ambivalenza si è visto come viene presa a ideale della sua stessa condizione: l’Altro viene rappresentato come confuso moralmente, irrispettoso delle regole, etc. (si veda sopra)
Tuttavia, secondo Bauman, un altro dei possibili modi per controllare l’ambivalenza dello straniero consiste nel ricercare “tra gli stranieri di cui non ci si può liberare, una categoria di stranieri “assoluti” di cui si presume di poter fare a meno”. Allo straniero assoluto gli viene negata qualsiasi possibilità di somiglianza con il Noi. La comunità non produce più una narrazione in cui l’Altro è inferiore e da educarsi, ma comunque essere umano, bensì diventa minaccia. Alterità e identità del Noi si legano insieme al fine di produrre una narrazione sicuritaria. La comunità si definisce e rinforza la solidarietà dei suoi membri attraverso l’immigrato che minaccia l’ordine della “casa sicura”. La costruzione del sé fissa “inizialmente il mondo a un’identità che si definisce minacciata. Questa minaccia è definita come proveniente dall’esterno dell’identità – dalla sua periferia” (Huysmans). Ossia dall’Altro.
Alessandro e la giovane moglie nigeriana andarono in posta per riscuotere un vaglia. Alex entrò da solo e, giunto al banco per scrivere, posò il suo cellulare a portata di mano. Non vedendolo tornare, la moglie varcò a sua volta l’ingresso, si portò vicino al marito e allungò le mani verso il telefonino. Subito l’impiegato si portò avanti per sussurrare ad Alex: “Stia attenta a quella ladra di una negra, le sta fregando il cellulare” (Kossi Komla-Ebri. 2004)
Ulteriore esempio è la frase della signora riportata nel primo paragrafo
“...non ho neanche pensato che poteva essere uno di quei negri...sa, quelli sono senza scrupoli: ti aspettano e poi, dietro l’angolo, si vendicano!” (Kossi Komla-Ebri. 2004)
Come ironicamente fa osservare Michael Moore, nel suo film “Bowling for Columbine”, ogni sospetto di omicidio è un “soggetto afro-americano”, le api che probabilmente invaderanno la costa sud-occidentale degli Stati Uniti sono le cd “api africanizzate” e così via, creando nella collettività un’immagine dell’afro-americano caratterizzata da fobia e discriminazione. Quanto maggiore è la minaccia che l’altro può portare, tanto più viene escluso e il Noi si rinserra in un sentimento caldo di solidarietà e appartenenza.
Nell’opacità del flusso quotidiano in cui sono inserite queste costruzioni, non ci si rende conto che l’Altro come minaccia o come inferiore e incapace sono esito dell’azione umana, della narrazione del Noi, delle sue forme discorsive (“vu cumprà” etc.) e delle sue pratiche attraverso cui si dà significato all’Altro per definire se stesso.
In conclusione, a fronte di queste costruzioni dell’Altro, affinché l’immigrato possa continuare a vivere nella comunità è costretto o all’assimilazione o al non-incontro con il Noi. Nel primo caso si tratta di spogliare l’Altro dei suoi tratti distintivi – fino a rimuovere il suo nome – che minacciano l’unità e la purezza del Noi, del suo ordine e delle sue classificazioni.
Mustafa, felice di aver infine trovato un lavoro, si presentò il primo giorno puntuale in officina. Il capo reparto a cui fu affidato lo accompagnò per presentarlo agli altri operai e spiegargli le sue mansioni. Strada facendo il capo si informò: “Tu com’è che i chiami?” “Mustafa” “Musta... Sta... troppo complicato, per integrarti bene qua ti ci vuole un nome più semplice...come Stefano...ecco ti chiameremo... Stefano. Ok?” “Ok?” “Ok!”
Per quanto riguarda il secondo caso, si rimanda a quanto detto in precedenza nel paragrafo sulla figura dell’immigrato come essere-che-non-è.
5. Conclusioni
In questo breve viaggio sulla costruzione dell’alterità si è cercato di mettere in luce come le modalità che concorrono a definire una rappresentazione, un sapere sull’Altro siano da ricercarsi nelle pratiche più banali e minute di ogni giorno mediante le quali il Noi forma la propria identità a partire dalla sua negazione, ossia l’Altro. Da ciò che si legge sui giornali a ciò che ogni giorno si fa per le vie, nei supermercati, nel vagone di un treno, tutto quanto concorre a costruire un’immagine dello straniero – nel caso specifico “l’immigrato” ed il “palestinese” – fissando un confine, che lo separa dal Noi, basato su una differenza significativa che il centro ha costruito tra le infinite discontinuità che caratterizzano gli esseri umani tutti. Una differenza e un confine in grado di unire il Noi e di escludere l’Altro. L’immagine prodotta, si badi, non viene calata dall’alto nella comunità da un centro di potere, ma è la comunità stessa a riprodurla continuamente nel suo relazionarsi con ciò che ha definito diverso. La stessa definizione si reifica nella quotidianità dell’interazione e ha implicazioni nella condotta dei membri del Noi, producendo così effetti reali. Il razzismo, le pratiche di negazione dell’Altro, sono insite nei comportamenti e nelle parole di ogni giorno.
Se la definizione dell’immigrato come inferiore e incapace, come mancanza di ciò che caratterizza il Noi, è esito di un discorso e non di un dato di fatto, questo significa che vi sarà sempre spazio per creare discorsi alternativi che lascino adito a nuove costruzioni della figura discriminata. Un telefilm del sabato mattina trasmesso qualche anno fa su RAIDUE, “Da un giorno all’altro”, ne è l’esempio più lampante: nella sit-com è messa in scena la rappresentazione di un’amicizia tra una donna bianca (Mary Elizabeth O'Brian: bianca, casalinga aspirante scrittrice, sposata e madre di 2 figli) e una donna nera (Renè Jackson: nera, single e avvocato di successo), un profondo legame caratterizzato da una forte asimmetria sociale a favore di quest’ultima. In tal caso l’Altro, l’afro-americano, è accettato non perché si colloca in una condizione di inferiorità, di dipendenza, di sottomissione – rappresentando specularmente tutte le positività e il successo che caratterizza il bianco – bensì a partire dalla sua superiorità sociale. Viene così capovolta l’immagine tradizionale nella società americana che costruisce l’afro-americano a partire da un ruolo sociale marginale legato ai ghetti e alla povertà. Il successo compete non alla donna bianca, bensì alla donna nera e, “nonostante tutto”, esse sono amiche.
Credo che in tale telefilm vi sia un discorso sull’Altro potenzialmente dirompente nei confronti di tutte le vecchie descrizioni dell’afro-americano, tradizionalmente connesse ad un’immagine di inferiorità sociale e di discriminazione basate sull’incapacità dell’alterità.
Purtroppo, dato lo spazio limitato della ricerca, non è possibile affrontare pienamente quest’ultimo tema, in quanto sarebbe interessante notare come nel telefilm tutte le pratiche classiche usate per rappresentare la donna nera siano ribaltate (dalla solita immagine della ragazza madre afro-americana, al ruolo di casalinga, etc.) e utilizzate per descrivere la donna bianca.
In conclusione, chi scrive ritiene che un punto di partenza per poter instaurare un rapporto con l’Altro che si liberi del pregiudizio e della carica discriminatoria insiti nel nostro quotidiano modo di rapportarci con l’immigrato sia proprio la possibilità di lasciare all’Altro lo spazio per raccontare, dal suo punto di vista, la propria diversità, la propria identità in positivo, consapevoli che – paradossalmente – non è l’Altro a essere diverso dal Noi ma è il Noi a essere diverso dall’Altro.
I. Calvino Il Barone Rampante ed. Garzanti 1988
Kossi Komla-Ebri Imbarazzismi ed. Dell’Arco-Marna 2002
Kossi Komla-Ebri Nuovi Imbarazzismi ed. Dell’Arco-Marna 2004
M. Twain Wilson lo Svitato ed. Garzanti 1987