«Sono nato di domenica, nel Togo, secondo figlio di dodici fratelli e primo dei maschi con tutta la responsabilità che ciò comporta. Ora sono sposato e padre di due figli. Lavoro ad Erba, provincia di Como e abito a Ponte Lambro».
Kossi Komla-Ebri dal 1974 vive in Italia. Si definisce italo-togolese. E’ medico, scrittore e mediatore. Laureato a Bologna nel 1982 in medicina, è autore del libro Imbarazzismi uscito nel luglio 2002 per Edizioni dell’Arco (02 58113325, gruppocome@tiscalinet.it ) in co-edizione con Marna e del romanzo Neyla (appena uscito per gli stessi editori) nonchè di diversi racconti, articoli e saggi. É anche co-autore con Aldo Lo Curto di Afrique, la santé en images e occupa il tempo libero dedicandosi all’attività di mediazione interculturale nelle scuole e nella sanità.
S: Con l’immigrazione da oltre un decennio l’Italia affronta un processo culturale che pian piano la sta trasformando in una società multietnica. Secondo lei, quale potrebbe essere la base per un’integrazione fra questi mondi diversi?
K-E: Per fare un’integrazione bisogna essere in due e in ogni caso ciò avverrà con un certo grado di conflitto. Serve stabilire una piattaforma di valori comuni. Il problema è chi la stabilirà. Lo possono fare solo gli italiani? Direi di no, anche i nuovi cittadini lo dovranno fare. Dovranno essere in due a volere l’integrazione. Il primo passo è la conoscenza-confronto delle due culture; poi accettarsi, cosa non ovvia. Per costruire questa piattaforma credo si possa iniziare dai diritti umani, riconosciuti da tutte le culture, anche se sono stati scritti solo da una parte. Si può lavorare anche sul ruolo delle donne, o sugli aspetti psicologici, o sull’educazione dei figli.
S: Lei dedica il tempo libero all’attività di mediatore interculturale. Quale valore dà a questo impegno?
K-E: Il lavoro nelle scuole è una speranza perché le cose possano cambiare. Anche se la scuola italiana è mono-culturale, devo riconoscere che lì si sta facendo uno sforzo nella direzione dell’integrazione.
S: Possiamo definire i figli di genitori immigrati come “migranti di seconda generazione”?
K-E: Loro sono nati qui e per questo è sbagliato chiamarli di seconda generazione. Avranno sicuramente una struttura psicologica particolare. Vivono una situazione trasversale fra due mondi, uno esterno (quello della società) e uno familiare. Molte volte rappresentano un “passaporto” per i genitori, i quali mettono nei figli tutte le speranze di vederli realizzarsi nella vita meglio di quanto loro hanno fatto nel passato. Ho notato che questi bambini a volte non hanno una situazione di pari opportunità con i coetanei italiani; a esempio quando i genitori, non conoscendo bene la lingua italiana, non possono aiutare i figli a svolgere i compiti, cosa che ritengo grave. Questi bimbi hanno una prima fase d’omologazione; copiano tutto, arrivando in certi casi a risvolti psicologici pericolosi, soprattutto se hanno genitori “di colore”. Arrivano persino ad avere vergogna della loro famiglia. Prima del ricongiungimento familiare avevano un’immagine del papà quasi come un Babbo Natale, perché era lui che a ogni vacanza portava bei regali, raccontava cose fantastiche. Era un padre straordinario. Arrivato in Italia con il ricongiungimento familiare il figlio si accorge che il papà fa un lavoro umile, magari non possiede la macchina, il suo italiano è stentato e se viene a prenderlo all’uscita della scuola la differenza spicca. In classe le insegnanti talvolta dicono: “Approfittiamo della tua presenza per fare intercultura”. Ma lui rifiuta. Non vuole essere diverso e si agita. Lui che vive in questa prima fase d’omologazione e vuole essere come gli altri ha paura di questa differenza. Quando i genitori parlano la lingua d’origine, il bambino vive uno stacco fra i due mondi, quello a scuola e quello in casa.
S: Quindi i figli di migranti si trovano sospesi fra due mondi?
K-E: Proprio così. Se a ciò si somma anche l’aspetto religioso, si apre un conflitto non indifferente, sia emotivo che culturale. Vediamo il cibo: il caso del prosciutto nella mensa della scuola; o quando a dicembre tutti i bambini ricevono i doni e loro sentono dire dai genitori che non credono in Babbo Natale o Gesù bambino.
S: La scuola in questo caso può fare qualcosa?
K-E: Una soluzione è che il bambino possa conservare la lingua e cultura d’origine assieme all’italiana. C’è da vedere se la scuola è in grado di adattarsi. In altri Paesi questo percorso già si fa: in Francia, in Olanda e in Svizzera. E’ un gran problema mettere assieme le culture nel rispetto delle differenze culturali e religiosi: il chador, piscine separate per maschi e femmine, il cibo nelle mense. Sono sicuro che sorgeranno tanti problemi e il tutto non avverrà senza un minimo di conflitto. Ma è un passo indispensabile.
S: Alla fine di questo “passo indispensabile”, il bambino sarà arricchito o sarà carico di conflitti, anche psicologici?
K-E: Dipende da come sarà gestita la questione. Può essere un percorso d’arricchimento se c’e accettazione da parte della cultura ospitante, assieme a un’elaborazione positiva da parte dei genitori. Poi sarà lui a fare la propria scelta, soprattutto se religiosa. Per il bambino è più facile fare una sintesi culturale generica mentre sulla fede una scelta non è sempre facile. Emerge una ricerca d’identità. In Francia, dove c’è un’esperienza maggiore che in Italia, questo cammino è molto legato al comportamento della società ospitante. Vi sono scelte “integraliste” dei giovani proprio per sottolineare la propria identità diversa; come quella ragazza nata in Francia che a un certo punto si è messa il chador per reazione. Per questo l’accoglienza influisce in modo determinante.
S: Quindi il chador può essere elemento identificante, ma anche escludente?
K-E: Il chador è un falso problema: il giorno in cui Armani o altri stilisti lo “imporranno” alle italiane perderà l’aspetto simbolico: non dico che verrà meno il valore religioso e culturale ma che certe differenze saranno poco vistose. Se la società invece si mette contro le diversità finisce per esasperarle, avviando scelte radicali e quindi escludenti.
S: Come si è trasformata la società italiana dal suo arrivo, nel 1974? Crede che sia in grado di fare un processo d’integrazione a basso profilo di conflitti?
K-E: L’atteggiamento verso il diverso prima era impregnato di un certo “buonismo”. Noi africani rappresentiamo l’icona dei missionari che ci mandano i soldi. Poi se siamo qui, “noi poveri e negri”, l’aiuto funziona come un balsamo per le coscienze. E’ da far notare che l’immigrazione degli anni ’70 era fortemente intellettuale. Eravamo in maggioranza studenti e non venditori ambulanti. Per questo ritengo che in quel periodo l’accoglienza sia stata più facile. Anche per noi, visto che con lo studio si prendeva conoscenza della lingua che è fondamentale per comunicare. Adesso si è passati dal buonismo alla paura che è alimentata soprattutto dai mass media. La sindrome d’invasione rivela in fondo un’identità italiana non sicura e alimenta una guerra fra poveri. Chi è sicuro della propria identità non ha paura di confrontarsi con le altre.
S: A cosa attribuisce questa evoluzione verso la paura?
K-E: Il problema dell’italiano è che soffre di una grave forma d’ignoranza, lo dico nel senso etimologico del termine e non per offendere. Non avendo un passato coloniale così forte come la Francia, non conosce i Paesi diversi o altre lingue per comunicare. Da noi diciamo. “chi non esce da casa crede che solo la mamma sa fare bene il sugo”. Quindi, molto provincialismo che stupisce chi viene dall’estero. Quando sono arrivato credevo tutti parlassero il francese, per la vicinanza. Avevo studiato tante cose della cultura occidentale per accorgermi che in Italia pochissimi conoscono la propria storia e persino la geografia. Molti immigrati arrivano ancora oggi con un titolo di studio, diploma o laurea e si trovano a lavorare con l’italiano medio che non ha questo grado di cultura eppure si permette di trattarlo male; e se uno non ha padronanza della lingua si trova in difficoltà. Sarebbe pericoloso far credere che l’italiano è “brava gente”, perché altrimenti emerge un razzismo che talvolta è sconosciuto alla stessa persona che non si rende conto di soffrire di etno-centrismo. E’ l’idea che c’è dietro frasi tipo “per essere una negra è carina”; un concetto di bellezza etno-centrico, cioè solo quello che assomiglia all’europeo è bello. Un atteggiamento molto frequente anche a livello delle istituzioni. Lo si vede nell’assegnazione delle case, nell’accesso ai concorsi, nel non riconoscimento dei diplomi. Forme di esclusione istituzionalizzata, che non danno una possibilità per inserirsi o realizzarsi. Vedo molti pregiudizi, pre-concetti. Genevieve Makaping, una scrittrice e antropologa camerunese che vive in Calabria, scrive (in Traiettorie di sguardi, edito da Rubettino) una cosa molto interessante: “io esigo essere chiamata negra, non donna di colore, perché loro credono che essere chiamata negra è negativo, dispregiativo; cosa che loro comunque penserebbero anche se mi chiamassero donna di colore; per questo chiedo di essere chiamata negra”.
S: E’ un rapporto di potere?
K-E: Noi ci portiamo immancabilmente secoli di colonia. Per più di 500 anni ci hanno detto che essere bianco europeo è il massimo, l’ideale. Quando sono arrivato in Italia, una cosa terribile per me è stato vedere bianchi poveri chiedere elemosina; è la cultura del colonizzato che ci portiamo addosso. Vedevo nell’università molti con quest’atteggiamento, sentirsi “meno” di fronte a studenti d’un livello più basso ma con arie di superiorità. Pur avendo una base di pre-conoscenza, mi sono accorto che l’intelligenza non c’entrava con il colore della pelle o con l’appartenenza al Nord o al Sud. Ciò ti fa capire che esiste una relazione di potere stabilita per farci sentire costantemente inferiori. E’ come quando si parla dei debiti esteri delle nostre nazioni. Ma quando cominceremo a esigere che ripaghino il debito nei nostri confronti per la schiavitù e per la colonizzazione? I nostri governanti non osano neanche alzare la voce per chiederlo. Non c’è neppure la presa di coscienza per parlare alla pari. C’è il complesso d’inferiorità da una parte e di superiorità dall’altra. Immancabilmente nel confronto tra due culture c’è un rapporto di forza. La presa di coscienza di quelli del Nord che non sono l’ombelico del mondo è importante, mentre per quelli del Sud penso sia più difficile uscire psicologicamente da questa situazione. Riesce chi si è spostato, chi è emigrato. Vedo lo stesso problema tutte le volte che torno a casa, c’è questa venerazione per il bianco. Mia cugina dice: “guarda che loro sono capaci, noi mai abbiamo costruito un aereo”. Si confonde tecnologia con intelligenza. Questo è determinante nel rapporto di potere.
S: Come si può superare?
K-E: La presa di coscienza di sé diventa un atto vitale per rivalutarsi, poter dire che non si è solo mano d’opera, bracciante, cittadino di seconda classe; che si è un soggetto non un oggetto. Così avviene una evoluzione positiva. Ma c’è il rischio di finire in una forma d’integralismo oppure, se non si supera questo passaggio, di vivere fagocitato dentro la società ospitante oppure in ghetti senza rapporti con i nativi. Credo che questa conoscenza di sé riduca un po’ l’attrito. La sindrome della paura, tipica della Lega Nord, provoca nelle persone che hanno una radice cattolica il ritorno di quel buonismo prima citato. Per me è stato edificante quando una signora mi ha detto che lei accettava tutto quel che dicevo però il suo cuore non riusciva. “Se devo andare in un quartiere dove ci sono tanti stranieri mi blocco; se mia figlia un domani dicesse d’essere innamorata di un ragazzo del Marocco andrei in crisi. Però razionalmente dico che sono persone come noi”. E’ duro superare questo. Una certa diffidenza è naturale, per questo dico che è indispensabile conoscere le persone: individualmente, senza generalizzare e tenere buone le esperienze che uno fa ogni volta. Penso che questa è una società con un futuro multiculturale, multietnico, verso cui la stessa globalizzazione porta. Come si saprà gestire questa società è tutto da vedere. La contaminazione culturale è già avvenuta però come risposta si ha gente disposta ad accogliere le culture ma non accetta le persone. Oggi il problema non è riconoscere la diversità, è accettarla. Se viene coltivata questa sindrome d’invasione e la paura aumenta, difficilmente se ne uscirà. Io comincerei sì dalle scuole, dal rapporto con le persone, però soprattutto dal livello mass-mediatico.
S: Se dico la parola straniero, cosa le viene in mente?
K-E: E’ una parola piena di pregiudizi, strana e la vedo negativa come la parolaccia “extracomunitari”: escludente, dice che “quello è strano”. Gioca troppo sulla territorialità. Meglio chiamarlo “cittadino non italiano”. Importante è il valore di cittadinanza, che include diritti e doveri e la condivisione dei valori. Sostengo i valori dei diritti universali, mentre vanno abbandonati i disvalori. La mutilazione dei genitali femminili è un’offesa all’integrità della persona: è un disvalore, perciò va abbandonato se si vuole l’integrazione. Si deve avere il coraggio di ammettere i disvalori delle proprie culture. Molte delle nostre donne fanno le “badanti” (termine bruttissimo) per l’assistenza degli anziani non solo per necessità ma essenzialmente perché sono più preparate: da noi l’anziano è un saggio perciò va rispettato e questo è un valore dentro la nostra cultura, magari senza che ce ne accorgiamo. Si criticano i venditori ambulanti, ma questi danno valore a un “non luogo” facendo diventare un parcheggio un posto di dialogo e discussione. Questa società ha tanti “non luoghi”, anche perché c’è l’automobile e la gente non s’incontra più.
S: Che consigli darebbe a un connazionale che oggi volesse migrare in Italia?
K-E: La prima cosa è sapere quale è il progetto emigratorio, dove vuole arrivare. C’è chi parte senza avere un’idea sua, andando dietro agli amici: in questo caso non ha senso migrare. Per me ci sono due fattori che inducono all’emigrazione: uno è attrattivo e l’altro repulsivo. Penso che si migra quando i fattori repulsivi (che possono essere tanti: salute, politica, lavoro) sono maggiori di quelli attrattivi. A questi vanno aggiunti i progetti che ognuno porta con sé. Si legge: “arriva una nave con centinaia di migranti” ma è un caso che arrivino assieme in una stessa barca. Ognuno è una persona con il suo progetto migratorio, le sue scelte, i suoi sogni. Direi al mio connazionale che la scelta di cercare una condizione di vita migliore deve essere molto forte. Una scrittrice argentina spiega che emigrare è un processo di passaggio dell’anima da un corpo all’altro. In qualche modo sarà sempre un progetto doloroso. Una mia amica brasiliana diceva che nel migrare si lasciano tre madri: la terra, la lingua e la madre naturale. Ed è pesante lasciare tre madri. Emigrare è sradicarsi, è un frantumare i tempi di affetti e di spazio, è approdare a un altro palcoscenico dove si deve interpretare un altro te stesso; è lasciarsi dietro odori, rumori, sapori, affetti; devi ricostruire tutto da capo. Un processo che sradica, scombussola emotivamente e culturalmente. Metterei in guardia chi sta per fare questo passo: l’Europa non è cosi luccicante come appare. Non gli racconterei bugie né lo illuderei. Cercherei di non scoraggiarlo perché penso che se è nel suo destino farlo ebbene lo farà. Vorrei dargli strumenti perché faccia una scelta cosciente: cosa comporta, che si lascia dietro, a cosa è pronto a rinunciare. Perché non tutti lo sopportano, c’è una fragilità. Non per niente cresce in Europa l’etno-psichiatria. Il processo dell’immigrazione è violento: il mondo non è così globalizzato per dire che ogni luogo è il mio Paese.
S: Un’ultima domanda: come può definire oggi un migrante?
K-E: In questo mondo l’unico avventuriero è chi migra, perché oggi tutti vivono di certezze mentre chi se ne va lascia le proprie per cercare qualcosa di meglio e lo fa nell’incertezza totale, rischiando addirittura la vita.
Intervista rilasciata a Sabatino Annecchiarico per il giornale "Migranews" (aprile 2003) www.migranews.net