Kossi Amekowoyoa Komla-Ebri, medico presso l’ospedale di Erba e cittadino italiano, e` nato in Togo nel 1954. Ha vinto il primo premio per la narrativa al terzo concorso annuale tenutosi a Rimini nel 1997 da Eks&Tra con il racconto, "Quando attraverserò il fiume." Ha vinto il quinto premio dello stesso concorso tenutosi nel 1998 con il racconto "Mal di …" Ha vinto ancora un premio nel 1998 per il racconto "Ninna nanna" in un concorso promosso dalla rivista Famiglia cristiana. E` l’autore di diversi articoli pubblicati sul giornale L’incrocio e sulla rivista Progetto Africa. Ha collaborato al libro Afrique, la Santé en Images. Ha scritto poesie liriche, diversi racconti, e un romanzo. "Quando attraverserò il fiume" è stato pubblicato dalla Fara Editore nell’antologia Memorie in valigia. "Mal di …" è stato pubblicato dalla Fara Editore nell’antologia Destini sospesi di volti in cammino. La seguente intervista si è svolta a Ponte Lambro nel domicilio di Komla-Ebri il 26 giugno 1999.
Pedroni: Perché ha deciso di emigrare in Italia e poi di restarci?
Komla-Ebri: Venire in Italia è stato un po’ casuale. La mia intenzione era di rimanere in Francia. Invece, finita la maturità non avevo la possibilità di continuare gli studi.
Pedroni: Ha preso la maturità dunque in Francia?
Komla-Ebri: Sì, in Francia con una borsa di studio che poi era finita. Ho avuto però la possibilità tramite il vescovo di Lomé che conosceva il Cardinale Lercaro di Bologna che offriva una borsa di studio per studenti del Terzo Mondo in un collegio internazionale. Allora non sapevo l’italiano e mi dicevo chissà come sarà. Anche perché in Togo non c’era un’università di medicina. Quindi se volevo fare medicina, l’unica scelta era per forza espatriare. Quindi, sono venuto qui in Italia, a Bologna, dove ho avuto un’esperienza molto interessante perché in questo collegio, c’erano sessanta studenti da tutte le parti del mondo - dall’India, dallo Sri Lanka, dallo Zaire, dalla Polonia, dalla Grecia, dall’Uganda e dall’Italia - a convivere insieme. Mi ha fatto cambiare il modo di vedere le cose. Ho provato a discutere sui concetti dell’interculturalità e sull’universalità di certe cose. È stato importante nella mia impostazione delle cose, della vita, cioè dei rapporti fra le persone, e nella ricerca della matrice che collega tutte le persone. Poi finiti gli studi di medicina a Bologna pensavo di tornare a lavorare all’ospedale d’Afagnan che è in Togo. E’ un ospedale gestito dai frati Fatebenefratelli. E, infatti, ho preso contatto con loro e hanno affermato che volevano vedere quali erano le mie capacità. Quindi mi hanno proposto di venire a fare uno stage nell’ospedale d’Erba che appartiene a loro. Allora sono venuto qui ad Erba. Alloggiavo in ospedale e mi ero iscritto nella mia specialità di chirurgia generale. Quando ho finito lo stage mi hanno annunciato che avevano bisogno di un chirurgo in Togo. E io nel periodo estivo sono andato laggiù a lavorare con loro. Poi, visto che avevano fatto un progetto con “Terre des hommes” (un ONG svizzero) per fare degli interventi sui bambini polio, mi hanno assicurato che serviva uno specialista in ortopedia e traumatologia. Allora finita la chirurgia mi sono iscritto in traumatologia e ho fatto un contratto per lavorare lì per due anni. Nel frattempo all’ospedale avevo conosciuto mia moglie e quando sono andato laggiù a lavorare lei è venuta a raggiungermi per vedere un pò come stavamo. Poi ho deciso di fare qualcosa di serio nel nostro rapporto e quindi ci siamo sposati. Lei è tornata giù con me per il tempo che finivo il mio contratto. L’idea era che anche lei doveva lavorare laggiù nel laboratorio perché lei è tecnica di laboratorio. Il nostro figlio, Davide, è nato giù in Togo. Ma non siamo riusciti a stabilire un accordo economico perché loro pensavano di prendere due per uno in quanto lei sposando me doveva essere pagata come una togolese. Lei ha detto, invece, che io sposando lei, italiana, dovevo essere pagato come un italiano. E poi tornando a casa mi sono reso conto che vengo da una famiglia di dodici figli e io sono il primo maschio. Alla fine del mese bisogna distribuire i soldi e i beni. Lo stipendio che avevo non mi permetteva di mantenere la famiglia che mi sono creato e aiutare la mia famiglia d’origine. Per cui bisognava fare una scelta che non è stata facile. Però siamo tornati in Italia pur sapendo che non avendo ancora la cittadinanza italiana non potevo lavorare in Italia. Perché non avendo la cittadinanza italiana non potevo iscrivermi all’albo. Senza l’iscrizione all’albo dei medici non potevo esercitare. Era un circolo vizioso. Allora ho cominciato a lavorare all’ospedale di Erba senza prendere niente. Sono andato avanti così per dieci anni. Alla fine mia suocera è stata così disperata che ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica chiedendogli come mai non mi arrivava questa cittadinanza. Sarà stato casuale, ma stranamente, quando ha scritto lei, è arrivata la cittadinanza. Però nel reparto di chirurgia ortopedica non c’erano posti liberi. Ma siccome mia moglie lavorava in laboratorio ci andavo sempre anch’io e conoscevo già l’ambiente, il primario mi ha detto che c’era un posto, se volevo, in laboratorio. Quindi ho dovuto imparare un nuovo mestiere e ho fatto il concorso con successo. E quindi pur non essendo un laboratorista di formazione, ci sono rimasto e la carriera mi è andato abbastanza bene.
Pedroni: Il fatto che è andato in Francia a fare la maturità vuol dire che aveva imparato il francese già da piccolo?
Komla-Ebri: Sì, in Togo nelle scuole il francese è la lingua obbligatoria. Arrivato in Italia ero sorpreso di vedere che poca gente parlava il francese. Il Togo è stato prima colonizzato dai tedeschi. Il mio nonno materno ha fatto la scuola tedesca. Era catechista e lui rimpiangeva i tedeschi. Bisogna riconoscere che le cose che hanno fatto i tedeschi sono le cose che sono rimaste. Cioè le infrastrutture, le ferrovie… I francesi ci hanno portato la grande burocrazia di cui non riusciamo a sbarazzarci. Non hanno portato un grande sviluppo per il paese.
Pedroni: A differenza di un suo collega scrittore, Pap Khouma, lei non insiste molto, nelle sue opere, sui problemi degli immigrati. La ragione è perché lei non ha avuto di questi problemi?
Komla-Ebri: No, non è per questo. Cioè forse perché li ho avuti, ma nel passato. Li considero come un bagaglio umano provato. In Francia ho cercato di lavorare, ma dormivamo gelati in dieci sul divano con i piedi sulle sedie in case non riscaldate. Dovevo alzarmi alle tre per scaricare giù dai camion chili di frutta nelle celle frigoriferi; raccattare i mozziconi di sigarette da terra perché non avevo i soldi per comprarle; oppure andare per i rifiuti dietro ai supermercati la sera cercando qualcosa da mangiare. Penso di aver superato queste cose non solo nel senso di tempo, ma anche psicologicamente. La scrittura a volte ha un valore taumaturgico nel senso che uno scarica, sfoga, e ne guarisce. Se uno l’ha superato, non sente più il bisogno di sfogarsi. Pap ha scritto quel libro proprio in un momento di rabbia intensa. Io ho superato quel momento. Ma neanche lui adesso scriverebbe queste cose perché le ha superate. Una volta superate, penso che bisogni scrivere cose diverse.
Pedroni: Allora, secondo lei, è valido parlare di una "letteratura degli immigrati"?
Komla-Ebri: Per me, no. Perché secondo me va superata questa cosa. Secondo me, è stato un pò un gioco delle case editrici perché vogliono rappresentare qualche cosa. Non dico che non è utile perché dà la possibilità ad uno di prendere coscienza delle sue capacità. Però è una tappa che va superata. Dopo se uno vuole crescere come scrittore deve uscire da quel ghetto e lasciarsi valutare alla pari con gli italiani. Deve cercare un linguaggio universale che non vuol dire parlare di cose straordinarie. L’universalità non viene dalla trama ma dal messaggio, di quello che uno vuole far sentire. Se io, con quello che scrivo, riesco a far provare delle emozioni a chi mi legge, è un ottimo risultato perché sono riuscito a varcare la soglia della sua anima e sfiorare quelle sensazioni che abbiamo tutti in comune. Se poi è un immigrato che scrive, può essere utile in quanto fa riconoscere agli altri che gli immigrati provano le stesse sensazioni che provano tutti, pensano, sognano come loro. Per esempio io ho cominciato un racconto sulla ricongiunzione. E’ la storia d’un uomo che è venuto immigrato in Italia e gli manca sua moglie che è rimasta laggiù con il figlio e vorrebbe fare la ricongiunzione, ma si trova davanti le mille difficoltà della burocrazia. Però non scrivo sull’immigrazione. Non parto con quest’idea. Parto con l’idea della solitudine di una persona. Così potrebbe essere un africano che è in Italia come potrebbe essere un italiano che è in Svizzera, oppure un italiano che si sposta dalla Puglia per venire qui al nord. Ma non è per esprimere il vittimismo che non serve positivamente al problema dell’immigrazione. Non condivido l’idea che bisogna scrivere per la propria gente, perché se si scrive per l’uomo si scrive anche per la propria gente. Anche nella mia professione medica mi dicevano, "tu devi fare il medico per curare la tua gente." Ma io sostengo che per un medico è uguale che il malato sia bianco, verde, o giallo. Cioè non è che ho fatto il medico solo per curare la mia gente. Ora è ovvio e inevitabile che si parla della propria vita e delle proprie esperienze, ma tramite queste esperienze si spera di trovare qualcosa che rimane universale.
Pedroni: Allora sembra già scontato che lei non sia contento dell’etichetta "scrittore africano-italiano" e che preferisca invece essere considerato semplicemente "scrittore italiano."
Komla-Ebri: È più che altro una sfumatura per le antologie visto che da anni si parla di letteratura africana in lingua francese, letteratura africana in lingua inglese, ma non esiste una letteratura africana in lingua italiana. Ma a me piace essere considerato semplicemente scrittore. Non voglio legarmi per forza ad un continente o ad un paese. Cioè il fatto che io mi esprimo in italiano è contingente alla situazione in cui mi trovo. Ho cominciato durante gli anni della maturità a scrivere delle cose in francese durante le lezioni di matematica, perché ero bravo in matematica e me lo potevo permettere. Ma oggi non riuscirei più a scrivere nello stesso modo in francese. È stata qui l’altro giorno mia madre che voleva leggere quello che avevo scritto, che però è tutto in italiano e lei l’italiano non lo legge. Quindi mi ha chiesto di tradurlo in francese, cosa che potrei fare solo con tanta fatica, perché, anche se qualche volta un concetto mi viene spontaneamente in francese, il francese non lo uso più. Mi rendo conto di sognare in italiano. Non sogno più in francese, né nella mia lingua.
Pedroni: appunto penso che semmai è la lingua in cui scrive che la qualifica come scrittore "italiano, " ma non africano-italiano.
Komla-Ebri: no, perché non parto con l’idea che sono un africano che scrive. Infatti, spesso ti consigliano di mandare i manoscritti ai gruppi missionari, ecc., perché gli altri ti qualificano come scrittore straniero, africano. Invece per me il linguaggio e quello che scrivo devono piacere per sé. Poi il fatto che lo scrittore è africano può interessare le case editrici che vogliono fare folklore e presentare gli scrittori come animali strani. Invece dovrebbero essere semplicemente scrittori le cui opere valgono di essere pubblicati. E meritiamo di essere pubblicati perché siamo, senza intenderlo, una fonte d’arricchimento per la lingua italiana perché ci portiamo qualcosa di diverso filtrato dal nostro vissuto.
Pedroni: Quando lei si mette a scrivere, i pensieri le vengono direttamente in italiano oppure nella sua lingua africana, oppure in francese?
Komla-Ebri: Dipende dal tema. Certe parole, certe sensazioni, a volte mi vengono in francese. E cerco l’equivalente in italiano, quello che combacia con quello che realmente voglio esprimere. E molte volte devo cercare sinonimi fino a trovare quello che realmente coincide. Ma parto in italiano e scrivo direttamente in italiano. La mia lingua africana c’entra solo quando, come in "Quando attraverserò il fiume, " voglio esprimere certi concetti propriamente africani, come i proverbi, ecc. Allora devo tradurre il concetto in un italiano che ridà quella sensazione che c’è nella mia lingua. Per esempio, c’è un saluto africano, togolese che si tradurrebbe letteralmente "il giorno è calato." Ma ho preferito renderlo con "si è fatto giorno," il che mi sembra più efficace.
Pedroni: Infatti leggendolo sembra che siano proprio quelle parole italiane che i personaggi africano dicono. Ma anche al livello personale, quando lei parla con i propri figli, non le vengono in mente espressioni che ricorda da quando lei era bambino che le dicevano i suoi genitori. Perché il modo di parlare con i bambini spesso rivela la lingua che c’è dentro di noi.
Komla-Ebri: Sì, probabilmente, perché ci sono delle cose che si portano dall’infanzia. Per esempio, vedo la passione che ha mia figlia per la lettura, che e` una cosa smisurata. Per esempio il libro che le ho portato ieri, questa mattina la Sarah lo sta già leggendo. Forse perché hanno sempre visto in casa noi due leggere. Come ho io una passione per scrivere, scrivono anche loro. Davide ha vinto un concorso di poesia al Forum Francescanum. E loro sentono come io uso la lingua, i proverbi, ecc. Davide, fra le prime cose che ha imparato, e` la metafora. E lo vedo nelle cose che scrive che ha capito cosa si intende per metafora. E la mia lingua è piena di metafore. Lui ha una proprietà di linguaggio sicuramente superiore a quelli della sua età. I maestri stessi lo dicono che lui parla con il termine giusto e preciso. Qualche volta a tavola, se io non uso il termine preciso, lui mi corregge. È così preciso che mi ricordo quando lui era piccolo piccolo alla scuola materna io scherzavo e gli chiedevo, "quando devi andare a fare la pipì cosa dici alla maestra, lui diceva, "devo andare a soddisfare i bisogni fisiologici.”
Pedroni: A proposito, come si chiama la sua lingua africana?
Komla-Ebri: Ewé. È una lingua che si parla sia in Togo, in Benin (ex Dahomey), che in Ghana. Perché le etnie sono stratificate orizzontalmente. Invece i paesi sono stati tagliati verticalmente. Per esempio se io incontro uno del nord di Togo dobbiamo parlare in francese per capirci, come lingua franca, perché non abbiamo nessun’altra lingua in comune. Invece se vado nel sud del Benin o nel sud del Ghana e incontro un beninese o un ghanese del sud ci capiamo subito in Ewé.
Pedroni: Una domanda di letteratura. Quali scrittori italiani conosce e quali considera più importanti?
Komla-Ebri: Appena arrivato in Italia ho avuto una maestra di lingua italiana che mi ha fatto leggere molto di Calvino. Quindi è stato il primo autore italiano che ho cominciato a leggere con passione. Mi piaceva il mondo del Cavaliere dimezzato perché era un mondo serio ma fantastico, il mondo della favolistica. Io ho avuto una formazione basata sulla letteratura francese, ma della letteratura italiana ho letto un pò di tutto. Ho letto Moravia, ho letto anche Biagi, leggo qualunque cosa mi capiti - la Fallaci che ha un modo di scrivere particolare, Dacia Maraini. Ma se mi chiede quale scrittore italiano mi piace di più, dico Calvino.
Pedroni: E i classici?
Komla-Ebri: Per i classici, invece, si vede la carenza delle scuole francesi. Studiamo Moliere e Corneille, ma non studiamo Dante. Quello che ho potuto imparare della letteratura classica italiana, è grazie a mia moglie che è un’appassionata di quelle cose. E poi è lei che mi fa leggere Ungaretti ed altri poeti. Ed è interessante, per esempio, sentire dire di una poesia che avevo scritto che ha qualche eco leopardiano che io non conoscevo. Poi, la storia italiana la sto imparando con i miei figli.
Pedroni: C’è qualche scrittore italiano o straniero che ha avuto un particolare influenza sulla sua opera?
Komla-Ebri: A me piace Kafka per il suo modo di raccontare. E anche Edgar Alan Poe.
Pedroni: Ma non mi sembra che le sue opere assomiglino a quelle di Kafka o di Poe.
Komla-Ebri: Ma mi piace molto anche Guy de Maupassant perché riesce a esprimere le emozioni in poco spazio con un racconto breve. I racconti mi piacciono più dei romanzi.
Pedroni: Si dice che lo scrivere è un dialogo fra lo scrittore e il lettore. Quando scrive lei, ha in mente un lettore particolare, o un tipo di lettore, o di lettori?
Komla-Ebri: Quando ho partecipato al concorso Eks & Tra sapevo che scrivevo per gli italiani. Cioè per italiani che sono curiosi di culture diverse. Quindi giustamente scrivevo per certi lettori perché era per confrontare le nostre culture. E questo porta qualche volta a fare una scrittura esotica. Ma vorrei riuscire a scrivere quello che sento prima di pensare a chi è rivolto. Scrivere è tradurre per scritto quello che penso, che sento.
Pedroni: Ma è per far sapere queste cose solo a lei stesso o a qualcun altro? Che può essere la moglie o la mamma, per esempio.
Komla-Ebri:No, non è mai una o uno. Ci possono essere elementi di sfogo e poi uno può dire che scrive perché sente il bisogno di scrivere; ma dall’altra parte nessuno scrive per tenere il lavoro nel cassetto. Scrive ovviamente per comunicarlo ad altri. Altrimenti non avrebbe senso scrivere. Però non penso ad un pubblico particolare; a parte quello dei concorsi. Però fondamentalmente scrivo per chiunque. Cioè non scrivo pensando che questo lo leggerà un italiano o lo leggerà un francese. Non scrivo per gli immigrati; non scrivo per la mia gente. Assolutamente no. Se parlo dell’Africa non è solo casuale; è perché è quello che conosco.
Pedroni: Ma scommetto che quando lei scrive, ha almeno una vaga idea di una persona con cui lei comunica che magari piange o si arrabbia.
Komla-Ebri: In quel senso, sì. Esiste un lettore virtuale. È immancabile perché questa è la parte più appagante della scrittura. È la misura della riuscita; se faccio provare le emozioni. Per esempio con Neyla si sa già in anticipo che va a finire male. Quando il personaggio arriva in ospedale comincia il calvario in confronto con gli ospedali di qui. Poi c’è questo medico freddo che usa solo la terminologia tecnica. Non c’è un’umanità. E infatti ci sono dei colleghi che parlano così. Anche nella "Manif" nella disperazione totale la mente si aggancia a cose futili ma che servono come una valvola di sicurezza. E questo l’ho provato. La storia della "Manif" non è un’esperienza vissuta, però ho provato tante volte la sensazione di disperazione quando è arrivato un pensiero felice che mi ha salvato, che dà sollievo. E credo che le persone che non hanno questa valvola di sicurezza possano andare in crisi depressive. Oppure uno si rifugia in un mondo irreale pur di non confrontarsi con la realtà. E invece chi ha questa valvola di sicurezza riesce a sopravvivere. Ed è essenziale. Infatti è importante ridere. Qualche volta dico che questa società non riesce più a ridere. Dico spesso che l’uomo bianco sorride, ma non ride. Un po’ perché ridere vuol dire far scoprire l’anima. Vuol dire creare un’apertura. Vuol dire dare lo spazio per cui l’altro può entrare dentro di te. E` un rischio. Allora, si ride solo con chi si ha confidenza.
Pedroni: Infatti, nel racconto "Mal di …" la sua protagonista africana esprime certe impressioni dell’Italia - "Dio, il freddo! Non immaginavo fosse così pungente;" "credo che qui [in Italia], il ritmo della vita è tale che il tempo annacqua i sentimenti divorando la vita e la gente;" "questo paese [l’Italia], questa nebbia, non fa per me, mi manca il sole, le feste al villaggio, il tempo, le risa della gente, il vivere insieme con le persone" - che contraddicono i soliti preconcetti stereotipati dell’Italia del sole, delle feste, e della vita collettiva della piazza. Ammettendo che la protagonista riflette le impressioni dell’autore, potrebbe essere una conseguenza del fatto che lei vive in Lombardia, in Brianza, a Ponte Lambro e non in un’altra parte dell’Italia?
Komla-Ebri: Sì e no. Perché mi rendo conto che per chi arriva in Italia dalla Francia, dalla Germania, dall’America, l’Italia è il paese del sole. Però per chi viene dall’Africa è il paese del freddo. Ma soprattutto qui in Brianza c’è la nebbia per cui un amico albanese dice che sembra sempre notte. L’inverno alle cinque non c’è più un raggio di sole. C’è il buio costante. Ma è anche vero che in Puglia che conosco bene, la gente è più aperta; le accoglienze in casa, per esempio. Anche nel modo di mangiare lì a più portate, mentre qui è più di uso il piatto unico. C’è una cosa che ho notato quando sono venuto qui all’ospedale di Erba. Lavoravo con i colleghi, dormivo in ospedale, finivamo il giro, ma nessuna diceva andiamo a prendere un caffè. Era freddo il rapporto con le persone. Ho provato a Bologna, dove ho studiato, che i rapporti erano diversi. I bolognesi, se chiedevo una strada, mi accompagnavano per dire la strada è questa. Qui se uno si accorge che voglio chiedere una cosa, cambia marciapiede. Ma c’è un’evoluzione in Italia, anche nel Sud, verso questa freddezza di rapporti. In Francia c’è sempre stato. I francesi sono scostanti. Non danno confidenza. Non hanno quell’entusiasmo nei rapporti umani che hanno gli italiani del Sud perché fanno parte di questa zona del nord dove si dà tanta importanza al lavoro e ai soldi e i rapporti con le persone non esistono. Oppure se esistono sono solo in funzione del lavoro sociale che uno ha. Per esempio il camice bianco mi fa diventare quasi bianco. Lo vedo quando esco fuori da Erba. Dove non mi conoscono i rapporti con le persone sono diversi. Invece qui mi riconoscono come dottore.
Pedroni: E` interessante che queste cose che dice la protagonista qui corrispondono quasi perfettamente alle cose che gli immigrati italiani dicevano in America. E sono cose già documentate nella letteratura italo-americana. Si lamentava sempre della mancanza della grande famiglia, dei contatti, della solidarietà. Adesso qui sono gli africani che lo dicono dell’Italia.
Komla-Ebri: Sì, ma c’è stata anche una grande evoluzione della situazione italiana. Basta vedere l’aumento del numero delle case di riposo per anziani. Qui non esiste più la famiglia patriarcale di una volta. La crescita demografica è a zero. Quindi non ci sono più le famiglie numerose. Anche le macchine sono fatte per un massimo di due figli. Poi le famiglie, anche se vivono nella stessa città non si radunano spesso come una volta - solo a Natale o per i funerali. Non c’è più quel rapporto stretto della grande famiglia come c’è da noi. Che poi può essere anche pesante. E uno che arriva i primi tempi, prova la solitudine, perché non conosce la lingua e non può comunicare con nessuno, oltre a chiedere dove andare, ma non quello che pensa o quello che sente. E finisce per stabilire rapporti falsi perché la gente interpreta il suo silenzio come timidezza. Invece uno non è timido perché non sa la lingua e non riesce a esprimere quello che sente. Mi ricordo uno dei primi tempi ero stato invitato da una famiglia e hanno cucinato i cavolfiori e a me i cavolfiori non piacciono. Ma non sapevo dirlo e mi sono sforzato a mangiarli e la signora diceva di prenderne ancora. E poi ogni volta che mi invitavano cucinavano i cavolfiori perché credevano che mi piacessero.
Pedroni: Inserisco a questo punto una domanda sociale e politica. Secondo lei, c’è qualcosa che lo stato italiano, nei riguardi degli immigrati, non fa e dovrebbe fare?
Komla-Ebri: Sia lo stato che le strutture come le scuole dovrebbero fare un profondo lavoro di educazione che porta al concetto di una nuova cittadinanza. Non c’è in Italia il concetto della mondialità. C’è molto localismo anche in quelli che pensano di essere molto aperti. Non hanno capito che innanzitutto siamo esseri umani su questo pianeta terra perché tutti hanno la sindrome dello scompartimento del treno. Cioè quando arrivano nello scompartimento mettono qui la valigia là la borsa per occupare il posto e lo scompartimento diventa loro. Quando qualcuno arriva e bussa alla porta dà fastidio perché ormai hanno segnato come gli animali il loro terreno. Poi quando quello che entra viene accettato, è lui che si oppone all’eventuale nuovo arrivato. Non c’è in tutti la cultura dell’accoglienza. Ma il mondo è di tutti. È solo la fortuna che fa nascere in Italia invece di nascere in India o altrove. Cioè uno non può scegliere dove nascere. Come può dire un bambino che nasce oggi in Italia che è più italiano di me che sono in Italia dal ’74? Penso di aver contribuito di più io . Eppure lui ha più diritti solo perché è nato in Italia. Va fatto un’educazione in questo senso. I mass media sono la peggiore cosa. Secondo me non hanno obbiettività nel raccontare le cose e nel presentare le cose che riguardano l’immigrazione. È vero che se c’è il 4% di delinquenti fra gli immigrati, ciò vuol dire che c’è il 96% che vive normalmente; cioè che paga le tasse e da il contributo per le pensioni che è importante visto che il numero di pensionati è aumentato. Questa manodopera è importante per la produzione. È importante per le future generazioni che nasceranno. Poi quella che si chiama la seconda generazione di immigranti non sono immigrati. L’Italia è la loro patria. Loro non si accontenteranno di fare i lavori che gli italiani non vogliono fare. Quindi ci vuole un processo di integrazione che porta alla parità di diritti ed opportunità per gli immigrati. I mass media sottolineano soltanto i lati negativi degli immigrati e non i lati positivi. Si gioca molto sulla paura che ha la gente. In tutte le società uno vuole avere qualcuno che può mettere sotto di sé. Ed è facile che questo sia identificabile con lo straniero o con il diverso soprattutto se questa diversità è visibile, o per il colore della pelle, o per il colore dei capelli, o qualunque cosa. E quindi è importante introdurre il concetto di interculturalità nelle scuole; non il concetto di multiculturalità come molti pensano che sia il modo giusto. Secondo me è sbagliato perché una società multiculturale è una società di ghetto. Cioè c’è chi è al primo piano, chi al secondo piano, chi al terzo piano, e non vi sono contatti. Una società transculturale è unasocietà assimilante. Una società interculturale è l’immagine della piazza dove le persone si trovano e le diverse culture interagiscono e si contaminano a vicenda. Io imparo qualcosa della tua cultura; tu impari qualcosa della mia cultura. Per fare un esempio banale: lunedì mangio couscous, martedì mangio spaghetti, mercoledì il riso alla cantonese ecc... Comunque le scuole devono dare un’idea dell’arcobaleno. Devono capire che non esiste solo la loro cultura. La scuola non è preparata. Noi abbiamo fatto delle presentazioni nelle scuole per far conoscere la cultura africana. E uno di questi episodi è entrato nei miei "Imbarazzismi." L’ho chiamato "Etnocentrismo." Chiedevo ai bambini: chi è il razzista?. E hanno risposto che è il bianco che non ama il nero. E ho detto, "allora il nero che non ama il bianco come lo chiamiamo"? E loro si sono stupiti come per dire, "come può un nero permettersi di non amare il bianco"? Per me il problema dell’immigrazione è un discorso culturale perché è legato a tanti altri problemi del mondo. Per esempio la mancante democrazia in Africa . La democrazia potrebbe permettere uno sviluppo economico con il risultato che tanti non farebbero gli emigrati. Con la caduta del muro di Berlino l’Africa non è più l’ago di bilancia nei rapporti dei grandi. L’Africa è lasciata a se stesso con i presidenti burattini che abbiamo. Poi per quanto ai debiti internazionali i grandi non capiscono che vanno tolti perché se l’Africa è indebitato all’Europa, il flusso dei soldi andrà sempre verso il nord e la gente segue e continuerà a seguire il flusso dei soldi. Per cui bisogna trovare il modo di risolvere i problemi alla base. Parlano oggi di globalizzazione, ma la vedo come globalizzazione di egoismi dove i conglomerati internazionali dettano leggi al mondo intero. Non vedo come un contadino senegalese con la sua zappa potrà competere con le trebbiatrici americane. Immancabilmente porterà ad un sacco di ingiustizie. Poi non ci si stupisce che i rifiuti ecologici vengono accettati nei paesi più poveri. Vorrei sapere dove andranno a finire quei polli alla diossina. La mucca pazza la stanno ancora mangiando in Uganda. Il sistema capitalista ha un futuro a fondo cieco perché se compriamo tutti cinque televisori, compriamo quattro macchine, poi dopo un pò non possiamo più comprare perché più di tanto non si può comprare. Un “egoismo intelligente” capisce che bisogna creare un potere di acquisto nei paesi del Sud anche se solo perché quelli del Nord possano vendere i loro prodotti. Le grosse ingiustizie fra Nord e Sud porteranno immancabilmente a qualcosa perché non si potrà più frenare il movimento della gente. Poi i giornali esagerano le cose. Il titolo dice "immigrati clandestini uccidono," senza precisare I nome di queste persone. Invece il giornale non dice "Pugliesi hanno fatto…" ma dice che il tal di tale ha fatto una certa cosa. Trattando gli immigranti in questo modo finiscono per penalizzare tutti. Poi succede che si ha paura di andare per certe strade perché la gente ti guarda come "uno di loro". Così si crea tensione sociale e basta. I mass media non fanno niente per aiutare forse perché cercano scoop e scandalismo. E le scuole non sono preparate. Vedo tanti insegnanti pieni di buona volontà che chiedono, "se ho un ragazzo marocchino in classe devo puntare sull’italianità o la marocchinità"? Secondo me non va fatto ne l’uno ne l’altro. Gli alunni vanno educati ai valori essenziali, i valori dei diritti umani. Poi ci saranno i particolarismi che danno risalto alla ricchezza della cultura di ognuno. Noi, perché è una cosa che tiene molto a cuore, facciamo, per esempio, vedere ai bambini di qui i giocatoli dei bambini africani. Qui è una cultura in cui il giocatolo si compra. I bambini non lo fabbricano. E questo lo facciamo per due scopi. Uno scopo è quello ecologico perché li incoraggia ad usare il materiale di ricupero per fabbricare i giocatoli. Non per copiare quelli dei bambini africani, ma per fabbricare giocatoli magari di un razzo fatto con le lattine e tutto quello che riescono a trovare coinvolgendo anche i genitori. E poi soprattutto quando hanno provato a farlo, hanno visto che non è così facile. Da allora nasce una stima nei confronti del bambino africano che riesce a fare cose che loro non riescono a fare. Perché fino adesso l’immagine predominante del bambino africano è quello con la pancia gonfia con la mano tesa che chiede soldi e quindi in una situazione di inferiorità. Nei nostri interventi la prima cosa che chiedo è, "quando pensate all’Europa che cosa pensate?" "Sviluppo, soldi." Se dico, "Africa"? "Malattie, guerre…" Cioè solo un immagine negativo. Ma è un immagine che e` stato creato, mantenuto, e alimentato. E noi pensiamo che proprio per costruire rapporti positivi fra le persone, bisogna dare ad ogni cultura una sua immagine, ma che corrisponde realmente a quella cultura.
Pedroni: Ora tornando alla sua opera, nel romanzo breve, “All’incrocio dei sentieri”, e nel racconto "Mal di …" lei ha usato una voce narrativa femminile. Perché ha fatto questa scelta?
Komla-Ebri: Uno, "Mal di …," un po’ per imbrogliare il concorso di Eks &Tra perché io ho notato che anche Eks&Tra avrà i suoi limiti. Non giudicano soltanto il valore letterario di quello che uno scrive. Per esempio penso che non vogliano premiare due volte di seguito lo stesso scrittore. Così mi sono detto, "adesso scrivo qualcosa che fa pensare che sia una donna che scrive e così non sanno che sono io che scrivo." Mi ha fatto piacere che il racconto ha vinto e la cosa buffa è che quando sono andato alla premiazione c’era Tahar Lamri che faceva parte della giuria e che non mi conosceva. Quando mi sono alzato per la premiazione, è rimasto stupito perché era convinto che ero una donna. Ma a parte questo scherzo era anche un gioco di stile, cioè un tentativo di entrare nell’anima femminile e parlare alla femminile ed esprimere sensazioni che sono diverse nel linguaggio maschile.
Pedroni: Un’altra ragione per usare una voce narrativa femminile potrebbe essere che qualche volta abbiamo certe emozioni nostre che forse ci vergogniamo di esprimere ma tramite la voce femminile ci riusciamo?
Komla-Ebri: Sì, perché secondo me il maschio non vive totalmente, nel senso che soffoca molte delle sue emozioni perché un uomo non deve piangere, un uomo deve essere duro, un uomo deve essere resistente. Le donne sono più piene e complete perché riescono a vivere tutte le loro emozioni. Non devono sempre soffocare le cose. Allora, scrivendo, anche un maschio può permettersi di vivere queste emozioni.
Pedroni: Nel romanzo Neyla il narratore/protagonista, presumibilmente autobiografico, dice: "Grazie, Neyla, per avermi ricongiunto a me stesso, alla mia gente e alla mia infanzia." Può elaborare sul significato di questo concetto?
Komla-Ebri: Sì. È normale che l’Africano che viene in Europa vive una forma di complesso di inferiorità. La prima cosa che cerca di fare è di assimilare quanto possibile tutto quello che è europeo; nel modo di vestire, di camminare, di mangiare. Poi quando sente un po’ di nostalgia magari cerca i piatti particolari del paese di origine che magari a casa non avrebbe mai mangiato; oppure quando la solitudine è tanto forte, molti musulmani che non erano mai andati in moschea quando erano in Africa, cominciano a frequentare le moschee. Poi avviene la seconda fase in cui vorrebbe rivalutare gli elementi della propria cultura perché si rende conto che per quanto cerca di imbiancarsi, per loro è e rimane sempre uno straniero. Allora deve cercare di ricuperare la propria cultura che aveva cercato di cancellare. Per questo cominciano qui a fiorire le associazioni dei Senegalesi, le associazioni di quelli della Costa d’Avorio, e così via, perché ognuno ricerca la propria identità linguistica ,musicale, religiosa e tutto quanto. Poi, secondo me, c’è una terza fase in cui si rende conto che alla base di tutte le culture c’è l’umanità. I particolarismi delle varie culture hanno un’importanza relativa e devono essere valorizzati in relazione con i diritti universali. Per esempio, dico a un Musulmano, "posso rispettare la tradizione musulmana perché è la tua religione e tu ci credi, però non posso tollerare il fatto che tu consideri la donna inferiore all’uomo perché è un particolarismo che è contrario ai diritti universali. In Neyla il protagonista torna in Africa durante la sua prima fase, nella fase in cui appunto rifiutava tutto un po’ perché si vergognava, un po’ perché, come diceva Cesaire, noi non abbiamo inventato niente. Ancora oggi i miei cugini dicono che i bianchi sono superiori a noi. Sì, siamo ricchi di proverbi, favole, storie, ma l’africano non ha mai inventato niente di materiale. Non ha inventato la scrittura, non ha inventato la televisione, non ha inventato internet. E allora chi non ha questo nella sua cultura può avere un complesso d’inferiorità e dire che noi non valiamo niente. In questo suo ritorno ha ricuperato degli elementi della sua cultura e sta rivalorizzando le cose quando trova, come mediatrice, Neyla. Poi quando deve lasciare lei, è come lasciare l’Africa. E ritornare in Europa diventa doloroso.
Pedroni: Nel racconto "Sognando una favola" lei rappresenta una scena idillica di un futuro in cui i nipotini di un nonno africano e una nonna italiana "erano davvero felici di appartenere a mondi a un tempo così diversi e così simili" e il nonno può dire: "al di là delle nostre differenze, siamo prima di tutto cittadini della terra." Lei prevede davvero o spera in un futuro così?
Komla-Ebri: Io ci spero. Spero soltanto. È un sognare. Appunto si intitola "Sognando una favola." Purtroppo so che non sarà così. Almeno non credo che si realizzerà subito. Avverano dei cambiamenti, immancabilmente, anche perché l’Africa e l’Italia stanno sempre più avvicinandosi geograficamente. Ma anche lo spostamento di massa, l’immigrazione che sta succedendo in questo periodo, ha per me un significato. Mi chiedo come mai in questo momento della storia tanta gente si sposta così. C’è chi crede che è un disegno divino. Gli uomini devono conoscersi. Devono incontrarsi. Magari da questo incontro nasceranno questi figli di bronzo, cioè questa nuova generazione. Anche per necessità, perché l’Europa oggi ha bisogno di queste mani che devono lavorare. Solo la conoscenza può abbattere le barriere fra le persone. Ma rimane un sogno che la nostra generazione non realizzerà e neanche la generazione dei miei figli. Ma io spero che la generazione dei nipotini potrà vederlo. Dico che è solo un sogno perché come si vede in quello che succede in Kossovo non c’è una cultura della pace eppure questo è essenziale. Di fronte alla pulizia etnica che i grandi hanno lasciato fare per tanto tempo viene il sospetto che abbiano agito per interessi economici. Forse per avviare un nuovo piano Marshall.
Pedroni: Comunque tutto sommato lei è un ottimista e pensa ottimisticamente al futuro.
Komla-Ebri: Sì, il futuro lontano, sì, perché o è questo o scoppia tutto. Non ci sono reali alternative. O gli uomini imparano a convivere assieme al di là delle differenze di culture e delle differenze religiose o allora ci sarà il caos.
Pedroni: Lei ha altri progetti letterari di cui può parlare?
Komla-Ebri: Sì. Ho cominciato un racconto che mi dà problemi perché ha una struttura completamente diversa. Si tratta di un innamorato che dà voce a un diario. È il diario stesso che parla e racconta di una ragazza che ogni sera gli confida a “piena lettera” i suoi pensieri. Alcuni sono pensieri teologici. Ma penso prima o pio di finirlo. Poi c’è un altro con la tematica della vita sospesa dei bambini stranieri. C’è un bambino che arriva e si trova diviso fra il mondo esterno bello, l’Europa che scopre, e il mondo interno della famiglia dove è represso secondo la tradizione pure rimanendo il passaporto per il futuro per i genitori. Si trova a fare d’intermediario fra i genitori e il mondo esterno perché lui si assimila subito. Anche nella scuola quando gli chiedono di parlare del suo paese di origine, non vuole perché è nella prima fase. Rifiuta perché vuole assimilarsi totalmente il più presto possibile agli altri. C’è, per esempio, un episodio in cui questo ragazzo va sulla spiaggia e rimane sempre sotto l’ombrellone perché non vuole diventare più nero di quanto già lo è. E quando a scuola le maestre vogliono che faccia da interprete perché possano parlare con i suoi genitori, lui racconta solo quello che vuole lui. Poi ci sono altre cose cominciate e lasciate per il momento.
Pedroni: Comunque lei punta più sul racconto che sul romanzo.
Komla-Ebri: Sì, perché non ho molto tempo. Il romanzo è più difficile per chi non ha molto tempo a disposizione perché è difficile riprendere dopo aver dovuto lasciarlo per un po’ di tempo. Mentre invece con il racconto e anche con le poesie liriche posso tuffarmi meglio e magari lavorando fino alle tre di notte riesco a finire quello che ho cominciato. In genere quello che scrivo di getto è quello che mi viene meglio.
Peter N. Pedroni
Miami University