Imbarazzismi

Alba Piazza

ERBA - Le sciüre che cercano del dottor Kossi, all’ospedale Fatebenefratelli di Erba, di solito balbettano frasi sconnesse. Poi, avvampando dall’imbarazzo, finiscono col chiedere del medico, “quello... negrettino” benché il soggetto in questione - Kossi Komla Ebri, 48 anni appena compiuti, laureato in chirurgia generale e specializzato in coagulazione al laboratorio del suddetto nosocomio - abbia una stazza affatto trascurabile.
Originario del Togo, è in Italia dal ’74 e qui, parallelamente alla professione medica, coltiva l’interesse per la scrittura. Tanto da divenire uno dei rappresentanti più autorevoli di quel filone culturale che si chiama “letteratura dell’immigrazione”. Nel suo saggio “Imbarazzismi (imbarazzi in bianco e nero)”, inserito nell’antologia “La lingua strappata”, racconta con ironia gli italiani e il loro approccio con il “diverso”. L’immigrato, l’extracomunitario. L’uomo di colore, insomma. Perché nel nostro Paese, come emerge dal volume, nessuno osa chiamare le cose con il proprio nome.

P: Dottor Kossi, vivendo qui da molti anni, che idea si è fatto degli italiani?

K-E:«Trovo che sia un popolo fantastico. Ho vissuto per molti anni a Bologna. Sono stato fidanzato a lungo con una ragazza pugliese, e ho girato la Penisola in lungo e in largo. Posso dire che sono dei sentimentaloidi, specie nei confronti dei propri figli. Non riescono mai a restare indifferenti di fronte alla realtà. Inoltre, sono molto generosi, a prescindere dalla confusione politica e istituzionale in cui vivono. Sono convinto che se solo trovassero un sistema istituzionale congeniale, sarebbero i primi in Europa. Il genio creativo degli italiani è senza pari. Ne ammiro soprattutto la capacità di arrangiarsi in qualunque situazione. Sono uomini dalle grandi potenzialità, sempre pieni di risorse».

P:Troppo buono. Ma ci parli del titolo del suo scritto, “Imbarazzismi”. Lei ne ha collezionati molti?

K-E:«Altro che. Il termine, un neologismo coniato da me, è legato appunto all’imbarazzo della differenza razziale. Non esiste un vocabolo italiano per descrivere questa esperienza. E ciò spiega uno degli aspetti più interessanti di questo tipo di letteratura: apre uno spazio alla conoscenza, sia del sé che degli altri. L’immigrato che scrive lo fa per compiere un atto vitale. Da un lato per farsi conoscere, rivendicando, cioè, una propria identità nella società. Si crea, quindi, uno spazio virtuale per dare agli italiani la possibilità di conoscerlo e di vedersi in tempo reale. E finisce con il fotografare la realtà. In altre parole, lo straniero che scrive assume un ruolo antropologico nuovo. Finora era stato l’“uomo civilizzato” a osservare il “selvaggio”. Ora la situazione appare capovolta, e si crea anche uno spazio linguistico nuovo. Un idioma ibrido, arricchito dai neologismi. La stessa lingua italiana si evolve grazie all’apporto, il connubio di esperienza e sentimenti, che vengono dall’altro. Si profila, così, la nascita di una cultura creola, meticcia. Ma il prodotto finale non è un frullato, quanto piuttosto una macedonia. Una cultura, cioè, basata sul confronto con l’alterità. Sulla possibilità di coniugare realtà diverse».

P:Allude alla realtà dell’immigrante?

K-E:«Certamente. È il problema dell’identità di chi scrive. L’immigrato ha un equilibrio instabile. È combattuto tra il desiderio di integrarsi nella nuova società e la sua condizione di eterno esiliato che, tuttavia, può arricchirlo. Tutto sta nel bilanciare i due aspetti. Chi ci riesce diventa un cittadino del mondo. Purtroppo, però, questo nuovo genere non suscita alcun interesse: la grande distribuzione lo snobba, forse per ragioni economiche. Non lo ritiene un prodotto fruibile perché lo considera solo nell’ottica del bene di consumo».

P:Che spreco. Invece sono letture da consigliare: spalancano nuovi orizzonti. A proposito, come ha preso corpo l’antologia?

K-E:«Il libro nasce dall’idea di dare nuovo impulso alla letteratura della migrazione, un filone sempre snobbato dalla grande editoria e alimentato unicamente da pochi esperti. Il mondo dell’antropologia, per intendersi. Uno dei nomi più autorevoli in questo settore è quello del professore Armando Gnisci, docente di letteratura comparata alla Sapienza di Roma. È stato il primo ad aver seguito, fin dalla fase embrionale, l’evoluzione di questa corrente. Insieme con il professor Raffaele Taddeo di Milano abbiamo pensato di dar vita a un percorso a più mani per dare maggiore visibilità a questo nuovo genere. Si tratta di un’esperienza, al contempo, di testimonianza e di letteratura dell’immigrazione. Il saggio “Imbarazzismi” qui è pubblicato solo in parte. La mia massima ambizione è infatti riuscire a mettere in stampa il resto dell’opera. “Imbarazzismi in nero e bianco”».

P:E adesso, a cosa sta lavorando?

K-E:«Ho in ballo un libro, “Neyla”. È un romanzo in italiano, anche in questo caso è un problema trovare una casa editrice disposta a pubblicarlo».

P:Ci racconti qualcosa di lei. Da italiano d’adozione “tiene famiglia”?

K-E:«Sì, sono sposato. Mia moglie è un’italiana, un tecnico di laboratorio. Fu lei a trascinarmi in questo posto. L’ho conosciuta qui. Galeotto fu il laboratorio... Di figli ne ho due: Davide di quattordici anni e Sarah di tredici».

P:Perché è venuto in Italia?

K-E:«Per studiare. Sono stato ospite presso il collegio internazionale di Bologna del cardinale Giacomo Lercaro».

P:Uno degli aneddoti più divertenti di “Imbarazzismi” è «Eufemismo».

K-E:«È una visione ironica della realtà. Mi capita, nel quotidiano, di vivere episodi che possono definirsi casi limite. Non è infrequente avere contatti con persone che mostrano una forma di razzismo latente. Sul metrò e sull’autobus, ad esempio. Mi succede di incontrare sciüre che, se mi siedono vicino, si stringono subito la borsetta al petto. Hanno paura che rubi loro i danè . Così mi diverto a parlare in dialetto. Loro restano stupite ed esclamano: “Ma guarda, parla come noi”».

P:In “Etnocentrismo” fa un cenno ai suoi ragazzi. Ha alle spalle anche una carriera di insegnante?

K-E:«Sono il responsabile di un’associazione di solidarietà africana con sede qui a Erba. Un laboratorio di cultura internazionale con l’obiettivo di fare conoscere la cultura africana, nella sua complessità, agli occidentali. Spesso si fanno interventi nelle scuole. Per quanto riguarda le vecchie generazioni ci si rende conto che la mentalità della gente non si può cambiare. Ma per i giovani resta aperto uno spiraglio. Direi che ci sono buone possibilità».

P:In altre parole, l’antirazzismo come maestra di vita. La speranza è l’ultima a morire...

Intervista rilasciata a Alba Piazza giornalista di "Libero" (gennaio 2002)