Siamo razzisti? Sì? No? No, se ci basiamo sugli episodi di violenza a sfondo razzista che ci riporta la cronaca; sempre sporadici, sempre ad opera di gruppetti più o meno noti di xenofobi.
Con Kossi Komla-Ebri, medico originario del Togo e scrittore, parliamo del razzismo strisciante e misconosciuto che si manifesta nel nostro modo di parlare, nell'ignoranza che ci impedisce di vedere veramente chi abbiamo di fronte senza ricorrere agli stereotipi tipo vùcumpra o watusso, nei gesti e nelle smorfie in metropolitana. Un tipo di razzismo persino più pericoloso.
B:Intanto volevo chiederle di raccontarmi un po' la sua storia...
K-E:Sono originario del Togo. Approdato in Italia nel '74 per compiere i miei studi di Medicina all'Università di Bologna dove mi sono laureato per venire poi a fare la specializzazione in Chirurgia Generale a Milano. Sono finito ad Erba nell'82 perché l'ospedale cittadino è gestito dall'Ordine dei Fatebenefratelli che hanno un ospedale nel mio paese dove ho lavorato due anni. Sono sposato e ho due figli, lavoro all'ospedale di Erba e mi piace scrivere. Alcuni miei racconti sono stati premiati al concorso Eks&Tra di Rimini e pubblicati in varie antologie, altri su quotidiani e riviste. Un mio romanzo (Neyla) scritto in italiano - purtroppo non ancora pubblicato in Italia - è stato tradotto in America dove vi è una maggiore attenzione alla letteratura della migrazione e verrà pubblicato entro la fine dell'anno. Il mio impegno in associazioni di mediazione interculturale e la mia fede in un futuro d'integrazione in questo paese - quando i migranti passeranno da un ruolo di "oggetti di attenzione" a "soggetti politici"- mi hanno portato a candidarmi per l'Ulivo alle ultime elezioni politiche per dare visibilità ad un nuovo concetto di cittadinanza.
K-E:Ho avuto l'opportunità di vivere in Francia. La Francia, come metropoli colonizzatrice è stata svezzata da anni nel confronto con "la gente di colore" così come il Belgio, l'Olanda e l'Inghilterra. Lì il razzismo, quando c'è, si manifesta chiaramente, non subdolamente. In Italia dove sembra che non ci sia, in realtà si presenta sotto forme di razzismo latente spesso inconsce al riparo di paternalismi, di caritatevoli accondiscendenze.
B: Gli episodi che lei riporta nel suo libro stupiscono per la loro banalità, come se fossero momenti in cui il cervello dell'interlocutore si è spento, in cui si è lasciato andare a un modo di vivere e sentire così comune, da essere entrato ormai perfino nel nostro linguaggio. Anche persone che non si definiscono razziste e che non sono razziste possono "inciampare" in situazioni o espressioni di questo tipo. Non c'è violenza fisica, ma spesso cattiveria, o indelicatezza, o ignoranza o pressappochismo. Qual è il livello di pericolosità? E come fare a decostruire questo meccanismo?
K-E:La pericolosità sta sia nella latenza del fenomeno che nella tendenza a volerlo banalizzare dandogli in qualche modo una giustificazione. Il nostro linguaggio non può essere neutro sopratutto in una società di fatto multietnica e speriamo con un divenire interculturale. Il linguaggio inevitabilmente ha potere escludente o includente. Basta pensare a quella parolaccia di "extracomunitario" che non ci identifica per quello che siamo ma vuole sottolineare a tutti i costi quello che non siamo cioè ospiti non graditi. Vi è una pesante responsabilità nella deriva dei media che porta oggi a coniugare clandestinità con criminalità. Non parliamo poi del linguaggio non verbale (ad esempio la "sciura" che nel metro si stringe la borsetta al fianco appena ti vede salire). La banalizzazione diventa pericolosa perché crea un terreno fertile al virus del razzismo che dalla naturale diffidenza al confronto del "diverso da sé" cresce in intolleranza per sbocciare in vero razzismo.
B:Quanto è faticoso resistere a certi stereotipi, confrontarsi quotidianamente con loro e ribadire il proprio diritto ad essere considerato per quello che si è?
K-E:È faticoso sopratutto per chi non ha un ruolo sociale rimarchevole o riconosciuto come tale. Un certo "classismo" legato al livello sociale esiste di per sé. Si è stranamente più razzisti o paternalisti nei confronti di un venditore ambulante che verso un cantante, un calciatore, un'indossatrice famoso o un medico. Ho potuto notare che il mio camice bianco è uno scudo protettore: in qualche modo mi rende più... bianco.
B:Mi pare che spesso sappiate trovare l'ironia o il sarcasmo giusto per mettere a bada questo tipo di comportamenti (almeno, appunto, negli episodi che lei riporta), ma quanto costa?
K-E:È faticoso specchiarsi costantemente come "diverso" nel linguaggio e nello sguardo altrui. L'ironia, il ridere è un antidoto efficace. La risata accende luce nel buio. Ma non sempre si è "in vena" allora diventa davvero faticoso. Si corre il rischio poi di diventare eterni permalosi, peggio rinchiudersi, diventare aggressivi e... razzisti. Una forma di razzismo anti razzismo anche se l' etnocentrismo porta taluni a stupirsi del fatto che un negro possa non amare un bianco...
B:Geneviève Makaping, chiude il suo libro "Traiettorie di sguardi" con questa frase: "Il punto, e mi sfiora un sorriso, è che io non so perché la pigmentazione della mia pelle è così, malgrado sappia esattamente la ragione per la quale sono diventata nera". Makaping rivendica il diritto di farsi chiamare "negra" e non "donna di colore" e tanto meno "extracomunitaria", litigando anche con chi si rifiuta di farlo (usare il termine negra ci ricorda in maniera troppo forte le nostre responsabilità, le nostre colpe). Provocatoriamente sostiene di voler essere la coscienza nera dell'uomo bianco. Condivide questo pensiero?
K-E:Capisco il pensiero di Makaping ma la condivido solo parzialmente. Lo capisco nel senso che credo che un vero processo di integrazione (la parola detta così non mi piace) non potrà avvenire senza un minimo di conflitto e un certo grado di decostruzione anche verbale. Ma la vera decostruzione deve essere interiore. Bisogna più che sulle parole, invitare la gente a creare dentro di sé lo spazio virtuale per accogliere "l'altro", "il diverso da sé" oltre agli spazi concreti per l'incontro e il dialogo che possono portare ad una vera conoscenza e reciproco rispetto. Solo la conoscenza fa capire che l'alterità è opportunità di ricchezza. La mia poetica è per l'Uomo, il disperatamente umano. La rivendicazione di una "negritrudine" seppure taumaturgica ad una crisi- ricerca d'identità porta ad erigere nuove barriere e ad esasperare vecchi conflitti che non giovano ad un processo di interazione di integrità su una piattaforma di valori condivisi, valori universali: quelli della persona, dell'Uomo punto e basta.