Capitolo III:
Frammenti di una biografia collettiva pp. 107-116
IL RE è NUDO ...? IL DOTTORE è NERO!
Se vuoi sapere chi sono
se vuoi che ti insegni ciò che so
cessa momentaneamente di essere ciò che sei
e dimentica ciò che sai
(Bakar Salif)
Il medico-chirurgo togolese Kossi Komla-Ebri, uno tra i più noti scrittori migranti, autore copioso di opere narrative di vario respiro, si concede, con gli Imbarazzismi, lo spazio breve dell'aneddoto, per effigiare scorci di vita metropolitana con tocco rapido e lieve e svelare in tal modo lo stigma del razzismo (latente, rimosso, negato ... ) che talvolta affiora con impertinenza al di là di ogni buon proposito, come una sorta di lapsus freudiano, suscitando disagio.
Agrodolce è il sapore dei tanti episodi riferiti, dal retrogusto amaro. La loro lettura innesta nel cuore dell'umorismo di pirandelliana memoria, attivando nella fattispecie quel salutare processo di coscientizzazione dei pregiudizi e degli stereotipi societari che si rende necessario per una nuova prassi comunicativa, per l'acquisizione di modelli comportamentali meno 'imbarazzanti'.
Il carico di riflessioni che quegli stessi episodi, apparentemente così innocui, possono produrre estende la loro lunghezza ben oltre le pagine in cui sono racchiusi, creando un continuum fra queste e la realtà quotidiana. Uno spettacolo di varia umanità - come se ne incontra ordinariamente nelle sale d'attesa, alle fermate degli autobus o viaggiando all'interno dei mezzi di trasporto pubblico, in fila alla posta o dal panettiere - muove verso il letto re, sollecitando raffronti col suo vissuto personale, con quel mondo cittadino brulicante di esistenze che egli abitualmente sfiora appena, incrocia distrattamente e che, inchiodato alla pagina scritta, si agglutina e rapprende acquistando consistenza.
Senza pretese letterarie, le storielle di Komla-Ebri costituiscono un invito a sostare, ad auscultare, a pensare. Esse focalizzano le idiosincrasie, gli ostruzionismi, le riluttanze della gente comune, ad essa rivela le sue ambiguità. Con la semplicità disarmante del famoso bambino de I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen ( ma non con la stessa ingenuità…), lo scrittore togolese addita le ipocrisie dei benpensanti e ne mostra le vergogne, la nudità; schernisce irriverente i sovrani del dispiegato buon senso, screditandoli e sottraendo loro potere. Con la forza dell'esperienza concreta (soprattutto come medico e mediatore culturale nel mondo della sanità e della scuola), egli spiazza gli arroccamenti e snida i tarli di una collettività spesso presuntuosa e pretestuosa.
Mentre il rifiuto conclamato dello straniero (che a volte convive ossimoricamente con la consapevolezza necessità della manodopera immigrata in Italia…) è subito etichettabile come xenofobia, la riduzione degli immigrati ad oggetto di assistenzialismo umanitario, a mera utenza di servizi caritativi o filantropici appare atteggiamento più difficilmente inquadrabile. Esso risulta comunque poco lungimirante, strategicamente adatto solo alla risoluzione di urgenze. Dietro un generico irenismo possono nascondersi un immodesto senso di superiorità e la volontà di mantenere distanze ben demarcate: anche questa doppiezza commentano da soli i fatti riportati da Komla-Ebri, che registra fedelmente ogni tranche de vie nell'immediatezza del suo svolgimento.
Studi recenti hanno rilevato che l'esposizione ad un contatto interetnico di qualità (o anche soltanto la somministrazione di storie-stimolo che presentino proposte credibili di uguaglianza fra etnie diverse) può sortire effetti positivi in termini di riconoscimento sociale, di superamento di una prospettiva monologica e di apertura all'autentico dialogo. È stato altresì constatato che una delle condizioni favorevoli affinché si producano rapporti paritetici fra gruppi distinti è che i membri dell'uno e dell'altro godano del medesimo status sociale o che gli esponenti del gruppo minoritario appartengano ad uno status più elevato (Amir 1969) (3). In tal senso, gli episodi riferiti da Komla-Ebri acquistano una portata rivoluzionaria. Il contatto interetnico narrato negli Imbarazzismi è quello di professionisti affermati (ambasciatori, medici, giornalisti ecc.) e di cittadini emancipati di origine africana con gli italiani bianchi maggioritari: è un contatto che destruttura, decentra, destabilizza …e ricrea (baconiana pars destruens di un'implicita pars costruens); una contiguità che si fa occasione per sperimentare le risorse ed il valore altrui, per scoprire che si può imparare da coloro cui si vorrebbe solo insegnare, ergendosi a buoni maestri; una frequentazione che può modificare gli assetti mentali di chi ha ancora un barlume di onestà per leggere il libro del mondo in tutte le sue pagine: "colorate". Intelligenze 'nere' (anche il pensiero ha una bandiera, uno stato, un colore…?) reclamano la normalità di esserlo, quotidianamente operando fra intelligenze 'bianche', spesso nello stupore di queste; scandalizzano per la loro provenienza, in quanto non corrispondono alle aspettative degli interlocutori, che quasi automaticamente ipotizzano i neri accattoni, vu’ cumprà, badanti, precari, irregolari… e prospettano una nuova ermeneutica.
Il registro familiare e la ilarità dei toni conferiscono agli Imbarazzismi quella leggerezza che in genere manca quando si affrontano argomenti siffatti, veicolando il messaggio dell'autore in modo particolarmente efficace. Anche per questa via, con Komla-Ebri il genere autobiografico tipico della prima fase della letteratura migrante, essenzialmente testimoniale e documentaria, giunge ad una svolta: avvalendosi dell'arma dell'ironia, lo scrittore togolese distanzia da sé gli avvenimenti riferiti, sopisce ogni acredine e supera lo stadio espressivo dello sfogo, istillando nel frammento (auto)biografico gocce di sagacia, di appresa saggezza.
La condensazione umoristica, d'altronde, si dispiega come strategia privilegiata di resistenza in tanta produzione post-coloniale (che talvolta ha assunto le fattezze della parodia, del pastichedella sequela di adynaton) (4)e fa rientrare il disinvolto realismo rappresentativo di Komla-Ebri nella casistica di quello che potremmo definire 'biografismo glocale', specchio di un'Italia divenuta globale in loco.
Se gli Imbarazzismi non si configurano come un'autobiografia in senso stretto, essi tuttavia rappresentano in pillole il concentrato di un'esistenza, colta nella fitta trama delle sue relazioni sociali, e forniscono al loro autore spazi di metacognizione personale: mentre fotografa (e così denuncia) la mentalità corrente, Komla-Ebri tematizza su di sé, sfoglia il proprio album di famiglia.
Nella sua fase originaria - che Armando Gnisci chiama “carsica" (5)
e che coincide con il dispersivo emergere dalla clandestinità di una scrittura scandita soprattutto dalla volontà d'inchiesta sociologica - l'intera letteratura migrante si esprime attraverso il filone autobiografico (basti pensare ai pionieri del genere, Salah Methnani e Pap Khouma (6) , figure percepite dagli autoctoni come invasive e difformi, inquietanti) (7). Di quella fase, al pubblico di allora interessava più che altro "il tono svagato e picaresco del vu’ cumprà, che conferma nella fantasiosa risposta alle inaspettate disavventure che l’attendono l’idea di risorse 'selvagge', istintuali, corrispondenti a una condizione incerta che esorcizza invece l’angoscia dei lettori, costretti a creare nuovi spazi nei propri scaffali e nella vita reale"(8)
Con Komla-Ebri la visuale consueta si ribalta: da oscuro oggetto di osservazione il migrante diviene osservatore, e la sua autobiografia diventa una biografia collettiva, il distillato di un’Italia in trasformazione. La sua satira, "sviluppata in direzione del surreale", "rivela i meccanismi di una costruzione sociale […] coglie le allucinate contraddizioni che nutrono stereotipi frusti, vacillante rete di tenuta di pensiero che sempre si pretende democratico" (9)
Sull’importanza del narrarsi, all’interno dei processi di (ri-)costruzione identitaria dei migranti, si è molto riflettuto nell’ambito dell’etnopedagogia e della pedagogia interculturale (10). Scrivere di sé può consentire di ritessere l’involucro della propria identità quando questa è stata ferita, offesa o dispersa e può delinearsi come un momento di rassicurazione psicologica per il migrante. La narrazione, d’altronde, cerca sempre qualcuno a cui affidare la propria storia; non è mai autoreferenziale. Essa costituisce piuttosto il protendersi di un’individualità verso la pluralità dei suoi simili, il gesto che rompe l’esclusione. Agli occhi del migrante, l’autobiografia si connota, perciò, come il tramite più consono sia per ricostruire un sé deprivato che per colloquiare con il resto del mondo.
Se il narrare in genere costituisce una facoltà antropologica primaria, innegabile, d’altronde, la funzione terapeutica assolta anche dalla scrittura autobiografica canonica del Vecchio Continente nel XX secolo, nell’ambito di una narrativa che tende a dissolvere i confini tra romanzo e memoria (basti pensare alla Coscienza di Zenodi Italo Svevo ed alle sue prosecuzioni-i racconti
Il secchione, Umbertino e Le confessioni del vegliardo, dove l’autore esprime un chiaro proposito di letteraturizzazione della vita -alla Ricerca del tempo perduto di Proust, al Dedalusdi Joyce, all’ Uomo senza qualità di Musil). Se Svevo effondeva la sua corrosiva ironia (di matrice sostanzialmente ebraica) sulla possibilità di guarigione dai proprio malesseri interiori attraverso l’esercizio scrittorio (ma poi non rinunciava a praticarlo, manifestando in esso quel coacervo di culture che era la sua cultura ), ancora oggi tanti specialisti consigliano a quanti si rivolgono loro in cerca del benessere psicologico di raccontarsi, per snodare dilemmi e confrontarsi con la propria ombra (11).
Alla fine, oltre ogni riflessione, della lettura degli Imbarazzismi resta il riso beffardo di un burlone (quale appare Komla-Ebri anche nella foto che lo ritrae sul risvolto di copertina dei due libri), nel suo gaio diniego di ogni seriosità. Se la verità rende liberi, ma è spesso fonte di sofferenza, il riso costituisce l’antidoto più efficace all’ansia che ne deriva. Non narcotizza, ma stempera. Sottrae e dà valore in antitesi con le aspettative nutrite. Come quello suscitato da certi giullari medievali, come in tanta poesia burlesca, come in alcuni aforismi accreditati, come nei giochi palazzeschiani…(12)D’altronde, per ammissione dello stesso Komla-Ebri, riso e pianto risultano profondamente congiunti:
Saper piangere significa anche saper ridere, cioè essere uomini vivi e non robot, fabbricati in serie per la società di oggi.
Sul desiderio di sfogo l’autore ‘del riso’ propone un’intera pagina segnata dal leit motiv del pianto, ribadito anaforicamente, come una nenia martellante, in crescendo; è l’altra faccia del clown:
Avrei voluto poter piangere sui lembi della mia infanzia, sugli anni gonfi di nostalgia al cospetto della solitudine […] Piangere per il vuoto di affetto, per gli amici ogni volta lasciati e per quelli mai avuti. Piangere sulle mie scarpe strette, per i soldi per anni elemosinati. Piangere sulle mie ferite, quelle vive, leccate, cicatrizzate e riaperte ad ogni chiaro di luna.
Piangere sulle promesse straripanti poi tradite vergognosamente, ad ogni angolo di questi anni tortuosi.
[…]
Piangere a squarciagola sulle mie speranze nate e morte, abortite allo scadere del giorno[…], I mille sogni per anni custoditi, strofinati, lacerati ed appesi lì a fare da spaventapasseri al mio cuore. Avrei voluto poter piangere su questo straccio della mia vita, sulla mia sete d’assoluto, sui miei ideali congelati, incatenati alla fame di carezze, d’amore e di dono totale. Piangere sui miei vizi e sulle mie infedeltà, per tutte le volte che ho fatto soffrire...
Piangere sui corpi avidi, sfruttati, su quelli desiderati, quelli amati, quelli profanati e quelli solo sfiorati.
Avrei voluto piangere su quello che volevo essere e quello che ho dovuto essere. Piangere sulla mia fede rinnegata, ignorata, persa, ritrovata, incoerente poi sempre pigra, incostante bandiera al vento frivolo e frizzante del mio piacere. Piangere sulle sconfitte dignitose e le amare vittorie, gli anni rubati, quelli buttati, sprecati. Piangere sugli sfregi d’umiliazioni brucianti, cocenti, solcati nell’anima. Piangere sulla mia coscienza mille volte violentata, sui miei sorrisi ipocriti, la rabbia camuffata, per assicurarmi il pane e ripararmi dal freddo, all’agguato del mio domani.
Avrei voluto piangere, piangere sulla mia pelle, sulla mia Africa sempre sulle sponde della miseria, sulla mia gente, tanto sentita da spaccarmi l’anima. Piangere sul tempo che scorre come un torrente, portandosi via le ultime illusioni. Piangere su quel domani vischioso e sfuggente che non somiglia per niente al mio domani. Piangere per non pensare, per non pensare più. Piangere sul mio sogno d’amore agganciato ad un’ironica altalena, sogno al quale ho appeso il mio arcobaleno rigenerato ad ogni tradimento.
[…]
Piangere, per piangermi addosso, per non soffrire più, per dimenticare. Piangere per partire, per annegare. Piangere per morire. Sì, piangere per morire... (13)
Note
(3)Una ricerca riguardante gli atteggiamenti etnici dell'infanzia, condotta su un campione di 90 bambini dai 7 ai 12 anni, scelti con il metodo casuale fra gli alunni di due scuole della città di Catania, ha evidenziato una significativa inversione di tendenza nelle preferenze pro-white e pro-blackdopo l'esposizione a storie-stimolo: la distanza sociale percepita dal campione nei confronti dei coetanei dell'outgroup etnico si riduce (cfr. E. De Caroli, Categorizzazione sociale e costruzione del pregiudizio, cit., pp. 129-140). Più rilevamenti effettuati, inoltre, mostrano che bambini avvezzi ad un contesto multietnico posseggono un maggior numero di competenze, risultando più acuti osservatori, capaci di cogliere sfumature e sottigliezze nella realtà, e in grado di applicare con miglior esito le tecniche dei cosiddetto problem solving.
(4)...Rometta e Giulieo, di J. Mbiala Gangbo (Milano, Feltrinelli 2001), evidente rielaborazione del Romeo e Giulietta shakespeariano. Per i migrant writersl’appropriazione dei grandi del passato avviene spesso attraverso una rivisitazione ideologica in termini ludici, o anche mediante speculazioni sui destini di personaggi letterari minori e divagazioni narrative a lateredelle trame principali. Per un approfondimento sul tema cfr. AA.VV., Abbecedario postcoloniale. Dieci voci per un lessico della postcolonialità, Macerata, Quodlibet 2000; AA.VV., Lo sguardo dell'altro.Letterature postcoloniali, Roma, Carocci 2000; AA.VV., Scrivere =Incontrare. Migrazione, multiculturalità, scrittura, Macerata, Quodlibet 2001.
(5)...La letteratura italiana della migrazione, in Creolizzare l’Europa. Letteratura e migrazione, Roma Meltemi 2003, cit., p. 93.
(6)... Cfr. S.Methnani-M. Fortunato, Immigrato, Roma-Napoli, Teoria 1990 e P. Khouma, Io, venditori di elefanti. Una vita per forza fra Dakar, Parigi e Milano, Milano, Garzanti 1990.
(7)... Cfr. su questo F. Sinopoli, Poetiche della migrazione nella letteratura italiana contemporanea-. Il discorso autobiografico, in “Studi (e testi) italiani”, VII, 2001, pp.189-205.
(8)... F. Pezzarossa, Forme e tipologie delle scritture migranti, in AA.VV., Migranti.parole, poetiche, saggi sugli scrittori in cammino, Rimini, Eks&Tra 2004 cit., p. 23.
(9)... Id., op. cit., p. 29
(10)... Cfr. per esempio, a questo proposito, D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Milano, Cortina 1996 e A. Smorti, Il sé come testo. Costruzione delle storie e sviluppo della persona, Firenze, Giunti 1997.
(11)... Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé, Milano, Cortina 2004). Già per il famoso psicologo Jerome Brunner, d’altronde, narrarsi era il processo basilare nella strutturazione della mente umana, la modalità privilegiata di costruzione della personalità, di appropriazione del mondo esterno, di coerente affermazione di una sana relazionalità ( cfr. La narrazione, in L.Chines-C. Varotti, Che cos’è un testo letterario, Roma, Carocci, 2001, pp.73-81).
(12)...pamphlet, ecc.) irridendo convenzioni e categorie sociali, da Orazio, Persio e Giovenale a Tasoni, Porta e Ariosto, da Basile a Parini, da Montale a Trilussa.
(13)... K Komla-Ebri, Neyla. Un incontro, due mondi, cit.,pp.45,46.