IL COLORE DELLE PAROLE

Kossi Komla-Ebri

Il colore delle parole*


di Kossi Komla-Ebri

Oggi come esseri “multimediali” usiamo diverse strategie di comunicazione: dal linguaggio verbale, a quello scritto fino a quello telematico, digitale. Tuttavia per comunicare privilegiamo l’espressione orale perché l’essere umano è innanzitutto un animale parlante. Di fatto il linguaggio compare con l’uomo e quindi la nostra inclinazione a parlare è inscritta nei nostri geni. Ancora oggi, l’oralità è alla base del nostro modo di vita, e il vocabolario che usiamo per comunicare per scritto, è fondato sull’orale. In fondo si potrebbe benissimo togliere la scrittura all’uomo, ma privarlo della parlata lo snaturerebbe completamente.
Le parole sono importanti perché permettono di elaborare idee come se fossero un prolungamento, una ramificazione del pensiero, uno specchio della mente… Sempre di più in questa società italiana di fatto multiculturale -anche se fa fatica a declinarsi al plurale in senso interculturale poi transculturale-, si pone il problema dell’uso scorretto e talvolta razzista del linguaggio. Anche quello non verbale della diffidenza all’intolleranza fa la sua parte. Forse occorre incominciare a decostruirlo.
Il nostro linguaggio (verbale o no) ha potere includente o escludente, offensivo o affettuoso.
Premetto che le parole in sé sono neutre. Ma credo che vi è differenza fra “sporco negro” e “negro sporco”. Le parole sono colorate: solleticano l’immaginario e suscitano visioni. Leggendo “neve” vedo bianco come vedo il “fuoco” rosso e la “notte” buia o nera. La parola “negro” nell’immaginario collettivo è diventato un vocabolo denigratorio (parola che deriva appunto da “negro”) e ha indubbiamente un riferimento razziale. Non per niente si è cercato di addolcirlo in “nero” e poi in “uomo di colore” per un uso “politically” corretto. Da una parte, sono le intenzioni dei soggetti a dare valore alle parole in maniera positiva o negativa e dall’altra “la verità dipende sia da chi la dice, come da chi l’ascolta”.
La camerunese Geneviève Makaping rivendica il suo diritto ad essere chiamata “negra”: Io non sono una “donna di colore”. Sono una Negra. Perché dietro a queste etichette c’è negazione della individualità, dell’altrui identità (anche quella visibile, esterna), negazione programmata per scopi ben precisi da coloro che detengono il potere.(1)
Il significato di una parola è dato dall’uso che se ne fa: un vocabolo assume il suo significato a seconda del contesto in cui è usato. Pronunciare l'espressione "sporco negro'' - da parte di un bianco mentre aggredisce “persone di colore” alle quali provoca serie lesioni denota, di per sé, prefigurandosi come “insulto” un intento discriminatorio e razzista in quanto considera “negro”come epiteto da affibbiare ad un essere inferiore.
Decostruire il nostro linguaggio diventa un processo indispensabile. Alcuni propongono addirittura “parole da abolire”: clandestini, irregolari, delinquenti, extracomunitari, marocchino, zingaro, vu cumpra, nomadi, mussulmano, terrorista, islamico, negro…
La prima parola ricorrente verso gli immigrati è quella di “extracomunitario” che a rigore di definizione dovrebbe applicarsi sia agli svizzeri, agli australiani che ai nord americani, ma sappiamo tutti che nella realtà non è così. Provate ad uscire per strada e a chiedere a chiunque chi è un “extracomunitario”. Scommetto che non vi nomineranno né l’americano e tanto meno lo svizzero. La cosa più irritante in questa “parolaccia” è che ci definisce in “forma negativa”. Piuttosto che chiamarci per quello che siamo cioè “cittadini”, essa ci circoscrive per quello che “non siamo”. Come dice bene Luca Cristaldi in un librettino da fare leggere a piccini e non: “è come se dovessi definire una donna come un ‘non-uomo’ e viceversa, o anche se chiamassi una persona di nome Marco come ‘non-Andrea’ o ‘non-Luigi’ e così via…”(2)
Credo sia chiaro che non si tratta qui di abolire una o delle parole, semmai è l’ignoranza il male da abolire. La parola “ vu cumpra” come “ sciuscià” sono entrambi termini d’imperfezione linguistica eppure la prima è assunta come elemento discriminatorio verso lo straniero, e addirittura è utilizzata per definire una categoria di persone inferiori.
Decostruire il nostro linguaggio significa decostruire il nostro immaginario lordo di preconcetti, pregiudizi, idee ed associazioni parole-immagini che affollano la nostra mente quando ci rivolgiamo all’”Altro”, il diverso da noi. Le nostre parole si colorano di pregiudizi quando definiamo “popoli” quelli europei e “etnie o tribù” gli altri o quando la parola "indigeno" è stravolta dal suo senso etimologico. Quando poniamo in antitesi per rinforzare le identità nell’opposizione bianco/negro: civiltà/barbarie, cultura/natura, libertà/schiavitù, progresso/regresso, razionalità/istintualità, pensiero puerile/pensiero scientifico, arte moderna/arte primitiva, lingue/dialetti, vere religioni/animismo. In una società in cui gli “operatori ecologici” sostituiscono gli spazzini, i “collaboratori scolastici” i bidelli e i portatori di handicap sono definiti “diversamente abili”, parole come zulù, baluba, bingo bongo, badanti diventano insulti perché sono gravate di una serie di significati che hanno assimilato gli automatismi dei rapporti sociali: rapporti di non uguaglianza, di complesso di superiorità e di rifiuto. In verità pochi sanno per esempio che gli Zulù sono un gran popolo fiero e orgoglioso che ha saputo lottare contro l’invasore e ha dato i natali ad un gigante come Nelson Mandela. Non parliamo poi degli albanesi assimilati ai balcani e dei rumeni diventati slavi.
Urge decolonizzare l'immaginario e il linguaggio per uscire dalla visione etnocentrica, eurocentrica delle cosiddette culture superiori: una vera sfida.
Questa sfida si presenta ancora più ardua a causa della cavalcata dei mass media dell’onda della notiziabilità per fare da cassa risonanza agli eventi di cronaca nera che coinvolgono gli stranieri senza un vero approfondimento del fenomeno. Ci fu un tempo in cui le sonorità s’intrecciarono in parole come sbarchi, gommoni; sgranate a ripetizione da materializzarsi in “albanesi” nell’immaginario collettivo. I mezzi d’informazione usarono metafore legate all’acqua straripante, onda anomala che veniva per travolgere tutto sul suo passaggio.
Urge un’etica della comunicazione. L’etica della responsabilità comunicativa coinvolge inevitabilmente anche le istituzioni e in modo più generale la politica. Un mondo, quello della politica che sfrutta impudicamente la tematica migrazione alle soglie delle elezioni per fomentare e risvegliare, sempre con le parole, paure ataviche dell’Altro (il barbaro)generando vere sindromi d'invasione. Taluni non esitano ad issare il vessillo crociato della purezza identitaria da salvaguardare contro l’impuro meticciato.

Che fare per rielaborare l’immaginario? Abbiamo bisogno di una pedagogia, di un lessico interculturale, linguaggio che favorisce la conoscenza e valorizza le differenze. Abbiamo bisogno di spazi per incontrarci, riconoscerci prima di tutto nella nostra similarità d’esseri umani, di persone, respirare la porosità dei nostri confini interni, immergerci nella loro fluidità per poi coniugare le nostre diversità e molteplicità identitarie. L’uso del linguaggio e l’edificazione sociale della convivenza vanno di pari passo, si sorreggono reciprocamente. L’immagine che ci facciamo dell’Altro non è altro che quella distorta di noi stessi in un gioco infinito di specchi. Perché abbiamo bisogno dell’Altro per definirci e capire chi siamo.
Urge un’agora ove imparare ad assumere il punto di vista dell’Altro. La letteratura della migrazione può essere un esempio di quello spazio virtuale all’incontro: un percorso alla conoscenza, all’interculturalità. Uno spazio linguistico ibrido di parole condivise, contaminate, che si colorano d’arcobaleno e rispecchiano una società dove le differenze emergono armoniosamente, costituendo una risorsa per tutti.

*Articolo scritto per la pubblicazione “Il mondo in classe”-educare alla cittadinanza nella scuola multiculticurale.-Lorenzo Luatti (a cura di)-pag.54-55-Ucodep 2006 www.ucodep.org

(1)Geneviève Makaping; Traiettorie di sguardi, Rubbettino Editore 2001

(2)Luca Cristaldi; Il mondo da un oblò, SEI Torino 2003