DELL’AFRICA E DI ALTRI LUOGHI IMMAGINARI
Incontro tra un Ewe e un Baluba di Voghera
postato da gruppoH5N1-Pavia alle ore 13:59 martedì, 12 giugno 2007
http://gruppoh5n1.splinder.com/post/12625715Nota: questo reading prende spunto da alcuni episodi narrati da Kossi Komla-Ebri in Imbarazzismi (Ed. Dell’Arco-Marna, lo trovate dai ragazzi che vendono libri per strada, sì, quelli che ci ingegniamo ogni giorno ad evitare o a salutare in fretta e furia): è un libretto prezioso che consigliamo come un’aspirina, visto che di mal di testa in giro ce n’è davvero tanto.
Personaggi:
NARRATRICE, con una camicia di un qualche colore vivace;
SILVIO, trasandato con molta cura, abiti larghi ma evitare una stilizzazione tipo “rapper”;
ENSEMBLE MUSICALE: variabile, due strumenti di cui uno a fiato (contrabbasso + flauto traverso?)
Entra la Narratrice.
NARRATRICE (Ha una voce liscia ed esplicativa da documentario sugli animali, alla lunga suona un po’ molesta e falsa: deve trasmettere una visione “culturalizzata” e libresca dell’Africa, dove naturalmente non è mai stata, anche se lo vorrebbe “più di ogni altra cosa al mondo”.
Musica: sottofondo leggero e sincopato)
Buonasera. Quella che vorrei raccontarvi oggi è semplicemente la giornata di un ragazzo: ha 21 anni, è nato a Voghera, studia con discreti risultati Scienze Politiche in un’università del Nord Italia, gioca a calcio, ala destra. Tutto normale. (Nel mentre entra Silvio, lento e sospettoso, quasi furtivo; la Narratrice gli lancia qualche sguardo sorridente) Ma c’è dell’altro. Il nostro amico è nero. I suoi genitori provengono dal Togo e appartengono all’etnia Ewe. Lui si chiama Sylvanus, in onore di Sylvanus Olympio, primo presidente del Togo indipendente. Ma lui, con una scelta infelice nell’Italia di questi anni, ha deciso di farsi chiamare Silvio, non vuole che il suo nome appaia troppo “esotico”. (Brevissima pausa; i due si avvicinano; la musica riprende con il ritmo precedente)
La sua giornata è stata caratterizzata da un breve tragitto in treno e da una vecchia 500 lire. (Silvio tira fuori una moneta da una tasca del jeans e la mostra con espressione sospettosa al pubblico) Attraverso questi due pezzi di quotidianità, oggi Silvio, di origini Ewe, è entrato in contatto con un nuova cultura: quella dei Baluba. (Pausa, gli strumenti si bloccano)
SILVIO (Ha un linguaggio rozzo e “giovanilista”, pieno di inflessioni gergali e con un forte accento lombardo; si accompagna con ricca gestualità e mimica, ma senza esagerare.
Musica: abbastanza disordinata e convulsa, con spruzzi di dissonanze e rumori)
No, dico, sul treno mi si siede di fronte un tipo, vecchio-cravatta-giacca-rinco, e comincia a farmi:
– Ehi, tu, da dove venire? Africa? – (Silvio imita i gesti dell’interlocutore, esasperandoli)
Io per un po’ non lo cago, mi fanno troppo incazzare quelli che mi parlano così. Ma lui continua, e io alzo il volume al lettore mp3, ma la sua voce impregna le cuffie: – Capisci l’italiano? Da dove venire tuoi genitori? –
Cerco di trattenermi, di essere cortese, faccio di sì con la testa e rispondo: – Togo –
Lui per un attimo sta in silenzio, pare smarrito, poi mi fa: – Ah, ho capito, Togo si dire in tuo dialetto. Qua in Italia no, “togo” sono biscotti, mangiare, qui tuo paese si chiama Congo. Capisci? C-O-N-G-O… –
(Breve pausa, stop anche la musica) Allora, cioè, scusate, io sbotto: (gridando, musica in crescendo) – Sì nonno, vengo dal Congo, dallo Zaire, dal paese dei Watussi che preferisci, ma per dio lasciami in pace! –
Lui si alza, fa l’offeso e mi lancia dietro un – Ma va’ a da’ via i pé, baluba! –
Io chiaramente ribatto: – Baluba 't sarè ti, gnuränt! – (Pausa, stop musica)
NARRATRICE (Tono asettico da programma Discovery, rivolta al pubblico; musica che vira ironicamente sul classico)
Il Togo è un paese francofono indipendente dell’Africa Occidentale, è vasto 57.000 km2, ha più di 6 milioni di abitanti e 40 diverse etnie. (Si avvicina a Silvio) Se questa è l’Africa, (fra i denti) Silvio, per favore, fatti Africa (Silvio si arrabatta con le braccia a “dar forma” all’Africa), il Togo è qui, il Congo qui (la narratrice indica i punti approssimativi su Silvio-Africa). Li separano più di 2500 km e abissi di storia. Oltretutto, di Congo ce ne sono almeno due. (Pausa)
Il Togo non è il Congo in italiano. Ha una cultura esplosa in decine di tradizioni diverse e innumerevoli contaminazioni, dove i griot raccontano storie di cacciatori colorati (sempre più eccitata, cresce anche la musica), dove gli uomini per cercare di avvicinarsi al cielo e mungere le nuvole hanno inventato i trampoli; è un paese pieno di savana della mente, dove durante la il rituale di circoncisione si balla l’habyè e si mangiano serpenti vivi… (Stop brusco e chiassoso della musica)
SILVIO (Impassibile; musica di sottofondo leggera e sincopata)
Che schifo. A me piace la musica ska e la dance-non-troppo-acid-non-troppo-house e mentre ballo mi lecco le dita impaciugate di fonzies. I trampoli li ho visti solo al circo da bambino, sotto i pagliacci, che mi stavano pure un po’ sul culo. E pö (diretto contro la Narratrice), sä siguìtat a rónt i cuión cul Togo, mei sö ‘d Vughera! Per me l’Africa è un posto immaginario, non meno della Terra di Mezzo o di Second Life… (Breve pausa)
NARRATRICE (In leggero imbarazzo, cerca di riprendere in mano la situazione)
È evidente lo scontro interiore di Silvio con le sue ancestrali radici Ewe… Ma torniamo alla sua giornata “particolare”: nel pomeriggio, al supermercato, un nuovo incontro con i Baluba.
SILVIO (Sempre con aria scettica nei confronti della Narratrice; la musica si fa di nuovo disordinata e rumorosa, ma emerge lentamente dal silenzio, in crescendo)
Si, beh, diciamo che ero andato a fare la spesa, e sai i carrelli, be’ quelli del supermercato dove vado di solito ci devi mettere ancora le 500 lire per prenderli; che poi non sembra, ma la 500 lire è diventata preziosa, se la perdi è come se perdessi la chiave del carrello, sembra la chiave di un’auto d’epoca. Comunque, nel parcheggio, mentre porto il carrello a posto, un’altra mezza rinco-canuta-e-obesa da lontano mi fa: – Ehi, bel negrettino, vuoi guadagnarti 500 lire? – (Brevissima pausa)
Io le consiglio educatamente dove può mettersi le sue 500 lire del piffero e le rispondo con un noto segno totemico. (Mostra il dito medio)
Lei ovviamente mi risponde a tono: – Va’ da’ via ‘l cü, baluba! –, e io le faccio specchio: – Baluba ‘t sarè ti, luca! – (Pausa brusca)
NARRATRICE (dosare bene i silenzi dopo le invettive di Silvio, cercare di non apparire troppo prolissa)
I Baluba sono un popolo Bantu dell’Africa Centrale, tra il fiume Kasai e il lago Tanganica, (a denti stretti)(Silvio “fa” l’Africa, la Narratrice indica approssimativamente la regione del Congo)ritenta, la corte tradizionale, un vero e proprio Rinascimento africano. Nelle lukasa, tavolette di legno colorate di conchiglie e perle, intagliano storie e regole mnemoniche degne di Pico della Mirandola, e molto più divertenti. Silvio fai l’Africa… Contano 10 milioni e mezzo di individui. Nel corso dei secoli hanno sviluppato una ricca cultura artistica che gira attorno alla…
(Va al centro della scena; voce e musica cercano di creare un’atmosfera quasi magica)
Il loro dio, Kabezya-Mpungu, dopo aver creato il mondo crea gli uomini, che in origine non hanno un cuore. Quindi mette in equilibrio nel cielo la Pioggia, il Sole, la Luna e il Buio, sugli alberi poggia delicatamente le Foglie. Poi decide di scomparire.
-Non voglio che occhio umano mi sfiori, ritorno in me stesso e agli uomini mando Mutima –
Questo dice Kabezya-Mpungu e si dissolve ed ecco apparire Mutima, si dondola in un vasetto grosso come un pugno. Piange Mutima, e chiede al Sole, alla Luna e al Buio, chiede alla Pioggia e alle Foglie aggrappate ai rami:
– Dov’è Kabezya-Mpungu, nostro padre? –
– Nostro padre è andato via, non sappiamo dove, né perché –
– O ma io voglio vederlo! – si dispera Mutima e palpita e si riempie di sangue
– Devo vederlo e devo parlargli …Dal momento che non posso trovarlo mi nasconderò nel petto dell’uomo e lo aspetterò di generazione in generazione –
Da allora gli uomini hanno un cuore nel petto, Mutima, mandato da Kabezya-Mpungu, che aspetta il suo ritorno.(1)
(Pausa, si dirada l’atmosfera “magica”; la Narratrice si rivolge a Silvio)
Ora dimmi, Silvio, ti pare che chi ti ha dato del Baluba e quelli cui tu hai dato del Baluba avessero una cultura cosi delicata e raffinata?
SILVIO (Attimi di esitazione)
Beh, no, direi proprio di no. In realtà non ce l’ho neanch’io, una cultura così. Sono ateo-anarchico-anticlericale, (grida alzando i pugni in segno di protesta) Stop war Stop Bush! Il resto delle cose che hai detto, i lusaka… le mnemocose… Mutima… boh, non ci ho capito nulla. Per me “baluba” è sempre stato un insulto, tipo “stronzo!” o “cuión!”, tutto qui. Come la fai difficile tu.
NARRATRICE (Si rivolge direttamente al pubblico, aria saccente da psicologo televisivo)
Silvio ha un corpo e un sangue africano, ma non sa nulla dell’Africa. Ha l’ignoranza di un ragazzo italiano e la rozzezza di un cinquantenne di Voghera. Silvio rappresenta bene la nostra amata e odiata società multiculturale. (Verso Silvio) Ma dicci, Silvio, qual è la tua più grande preoccupazione, oggi?
SILVIO (Breve monologo “incazzato” e concitato, molto espressivo; musica fortemente ritmata e dissonante, in crescendo)
Beh, sai… Quelle stronze delle amiche della mia ragazza, che si arrovellano nei suoi pensieri, sempre incuriosite dal nostro mix cosmopolita… non sanno decidere se io e lei insieme abbiamo la dolcezza del caffellatte o solo il colore scazzato del fango. Tutte persone emancipate, ci mancherebbe, nessun razzista, non sia mai; ma il fatto di avere addosso questa tuta da sub innata, incastrata nella pelle, ti rende automaticamente il cittadino di un qualche posto lontano, qui solo in visita o in fuga da qualcosa, o qui semplicemente per sbaglio. E allora io sono uno studentello di Voghera e mangio merda come tutti in mense e pub, ma non appena qualcuno della cricca della mia ragazza mi vede comincia la trafila: – Da dove viene? Parla italiano? Lavora? Ma cosa mangia? – e poi lo strazio: – Ma vi sposerete? Chissà come verranno fuori i vostri figli… quanti problemi di “identità” dovranno affrontare… – (Breve pausa)
Stronze. Ecco, la mia sola preoccupazione per il futuro è questa: vorrei che un mio figlio, un domani, si sentisse dire (si avvicina lentamente alla Narratrice con tono via via più minaccioso, la musica lo segue, lei si ritrae spaventata):
– Negro! – (chiasso strumentale)
– Nero! – (chiasso)
– Uomo di colore! – (chiasso)
– Uomo colorato! – (chiasso)
(Si ricompone; quasi dolce) Non m’importante come cacchio lo chiameranno, ma che gli chiedano – Come va? –, e che glielo chiedano con sincerità, e con un po’ di gentilezza, come dovremmo chiedercelo tutti, ogni tanto.
Finale musicale e, perché no, abbraccio tra Silvio e la Narratrice.
(1) Liberamente tratto da C. Einstein, Afrikanische Märchen und Legenden, 1925 (versione inglese del mito di C. e W. Leslau in African Folk Tales, (1963).