Quasi una recensione al racconto “Sognando una favola”

di Meri Fumagalli

Senti, vecchio negraccio di un cognato…ma perché te ne sei tornato in Africa?
Era così bello quando mi facevi te i prelievi, non sentivo niente…ora, invece ho un livido sul braccio che mi arriva fino giù alla mano!
Santambreus invece, da quando non ci sei più, fa di quelle scene per farsi fare l’esame del sangue… stamattina gli è venuto il “cocone” e ha ripreso conoscenza solo dopo aver ricevuto una sberletta da quella incredibile “gnocca”(come l’ha chiamata lui) di dottoressa indiana, che sarà bella, ma ha una delicatezza da elefante…dico io! Speriamo vada tutto bene perché, sai, dobbiamo partire per la Thailandia: vado a trovare mio fratello che ha qualche acciacco, nonostante sia coccolato e accudito dalla giovanissima moglie. (Ti piacerebbe,eh? Lo so che hai un debole per le asiatiche!)
Abbiamo deciso di partire, questo Natale, perché sarebbe troppo triste restare qui senza quelle canaglie di miei nipotini…sono a Tokio a trovare i nonni: quest’anno tocca a loro, si fa un anno per uno. Speriamo venga presto il Natale prossimo!
Beato te invece, che puoi raccontare tutte le tue splendide storie a Selom e alla piccola Seyenam: non ti stancare mai…le storie sono “pane” per i piccoli!
Racconta quella storia che si intitolava”Due lezioni”: mi è sempre piaciuta…a leggerla sembrava di vedere un cartone animato, per giunta, molto significativo: forte! Ti ricordi dove l’hai scritta? Su quel libro, uno dei primi, quello con la copertina blu, con le due donne incinta…che te dicevi fosse una allo specchio, malata…Booh? Certo che con tutti i libri che hai scritto, hai l’imbarazzo della scelta a raccontare storie!
Mi immagino la faccina di Seyenam: sarà uguale a quella che aveva la sua mamma quando era a scuola da me. …ragazzina davvero intelligente e curiosa!…pensare che all’inizio non sapeva una parola d’italiano; era arrivata dal Brasile così povera, con un sacco di problemi, si sentiva così diversa, così “extracomunitaria”,per dirla con una parola…e guarda adesso che posizione si è fatta. Fortunato Davide! La vecchia maestra ci aveva visto chiaro!!!
Mi ha fatto piacere ricevere la telefonata dalla tua “sciura”: è sempre così dolce e la sento sempre volentieri. Una volta, quando si lavorava, non avevamo tempo di telefonarci neanche a Natale per scambiarci gli Auguri, adesso che ne abbiamo tanto, siamo così lontani! ..L o n t a n o…
non mi dò pace...mi viene quasi un senso di colpa…anche un po’ di rabbia…forse non abbiamo fatto abbastanza per farti sentire “a casa” anche qui ?………..lo hai sempre detto che ti sentivi diverso, indesiderato…Ma perché?
…Diverso….
Quando ti guardai in faccia per la prima volta, tanti anni fa, vidi proprio una faccia nera, nera, ma più ancora della tua faccia, mi colpì quella di Marcella che, al tuo confronto era proprio bianca, bianca…e subito mi venne da pensare a come sarebbe stata quella faccina che già stava crescendo nella pancia della mia cognata. Capisci? Non ho avuto neanche il tempo di vedere che eri “diverso”, perché sia io, che Carlo abbiamo visto sul tuo viso quella gioia dell’attesa che noi avevamo appena finito di provare, quando è nata la nostra bimba. E la gioia non ha mica un colore….NE HA
MILLE!
Una cosa strana però avveniva: all’inizio non ricordavo la tua faccia in modo preciso e ogni volta che, in giro, incontravo un “negro”…sembravi tu. Salutavo timida e poi mi dicevo: se è lui, si farà capire. C’è di buono che la tua mole mi era d’aiuto!
Davvero, tutti i negri si assomigliavano…sembravano tutti uguali! Mi sono sempre vergognata tanto di questa cosa, mi rimproveravo il fatto che una “non razzista” come me, avrebbe dovuto distinguere subito un’identità da un’altra, come avveniva coi bianchi, invece…
Poi, a poco a poco, i negri sono aumentati e ho imparato a salutare il Vù Cumprà dell’Ospedale e quello dello Shopper e finalmente avevo imparato a distinguerli.
Quando lo racconto a Omar, mentre giochiamo a carte al Circolo degli anziani, mi prende in giro e mi ricorda che ero buffa quando non sapevo dire di no alla sua sempre insistente proposta di comprare l’ennesimo tuo libro…ogni volta gli dicevo che ce l’avevo già, ma quasi sempre glielo compravo. Diavolo di un negro!
Anche lui ha tanta nostalgia dell’Africa, sai? Forse vorrebbe tornare, come hai fatto tu, ma la sua casa ormai è qua, ha imparato bene la lingua, ha la pensione, ha tanti amici al Circolo… e i suoi figli, l’Africa, la vogliono vedere solo in vacanza.
Dice che lo sgridano quando lui accenna a voler tornare.
Gli dicono: -Uè papà, piantala con sta’ storia che ti senti ancora diverso in mezzo ai bianchi. Hai scelto tu di viverci e stare in mezzo a loro, no? Hai voluto essere un diverso “per scelta”, lo sapevi che qua son tutti visi pallidi!-
…DIVERSO, PER SCELTA…
non è mica una cosa solo da negri o da extracomunitari in generale,sai?
Tanti bianchi, anche in mezzo ai bianchi, scelgono di essere diversi: fanno delle scelte politiche diverse dai “benpensanti”, si impegnano per ideali che non tutti condividono, magari non vanno in chiesa perchè non capiscono il motivo per cui i preti che predicano la pace e la povertà, spesso sono così ipocriti….. i “diversi per scelta” scelgono di essere diversi e se ne assumono le responsabilità.
Ci ho provato anch’io, ci ho provato col mio lui, ci abbiamo provato crescendo nostra figlia così come pensavamo fosse giusto, con coerenza. Ma non è sempre stato facile, sai? Quante critiche, a volte, mi sentivo dietro alle spalle… Io ce l’ho messa tutta a non far pesare queste mie scelte agli altri, cercando di non essere mai prepotente, perché, se sei “un diverso”, devi anche stare attento a non offendere mai chi non la pensa come te e non puoi pretendere di indottrinare gli altri. Faresti il loro stesso errore.
Certo, non osano disprezzarti quando sei “vestita da maestra”, ma lo fanno volentieri appena giri l’angolo.
Succedeva anche a te, ricordi? Quando toglievi il camice bianco diventavi un negro qualunque, uno a cui dare la monetina, perché allora si usava così. E ti incazzavi.
Ti eri lamentato anche quella sera che ero venuta a presentare un tuo libro
( approposito, mi era piaciuto un casino!)….però non ti capivo….quasi, quasi, mi ero incazzata io, quella sera….
….Ma come?.......se erano tutti lì per te?......Ti volevano bene tutti………..mica erano balle.......ci piaceva quello che raccontavi, che ci insegnavi.
Ma che cavolo di “diverso”? Noi, diverso, ti vedevamo sì…ma ci piaceva così…perché le cose che dicevi erano diverse dalle solite banalità che si sentivano in televisione o per strada. E volevamo sentirle le cose diverse e impararle.
Avrei voluto dirtelo che sì, eri diverso, ma per le cose che dicevi, che scrivevi, che raccontavi, non perché avevi la pelle diversa!
Eppure sei tornato in Africa…ti venisse! Proprio adesso che qui in Italia i diversi siamo noi bianchi…non ce n’è più di bianchi “slavati” come la pelle di tua moglie…siamo tutti “imbastarditi”….non si capiscono più i colori…ce n’è per tutti i gusti.
Suonano alla porta, ti devo lasciare. Deve essere il Dottor Jin Maik, il mio ex alunno, che da piccolo, appena arrivato dalla Cina, mi ha fatto tanto sudare, disperato com’era. E’ gentile, nonostante abbia lo studio pieno di gente, quando lo chiamo,viene qui in casa a farmi i massaggi.
Adesso è la persona più tranquilla che conosco (oltre che una delle più ricche e facoltose)….mi rilassa…e poi mi rimette in piedi, perché la mia schiena certe volte,mi fa davvero impazzire! ( mio marito dice che è molto meglio sua moglie che, quando massaggia, non lo rilassa proprio per niente,anzi!!! Vecchio bavoso…non cambierà mai!)
Ti saluto tanto, tanto e voglio farlo con una vecchia poesia che ho appena ritrovato in fondo a un cassetto. L’aveva scritta Elisa quando aveva vent’anni.
Era un presagio di ciò che, noi temevamo, non sarebbe potuto succedere mai. Com’eravamo sciocchi!

“E saprò dirti Ciao”

Chiudo gli occhi
e sto ad ascoltare…
E’ un sole d’Africa
e comincio a volare…

I mari, gli oceani,
con le dita li sfioro:
argento ed oro
di Paesi lontani.

Un sorriso innocente
come un candido fiore,
tra i capelli le more,
profumo d’Oriente.

E saprò dirti Ciao,
sarà il mio ritornello,
lo canterò a te, fratello,
dell’altra parte del Mondo.