VITA E SOGNI
Racconti in concerto
Di Francesco Cascavilla
(Rivista “Como e dintorni”, n. 53, Marzo 2008, p. 72)
Titolo quanto mai appropriato quello dell’ultimo libro, “Vita e sogni. Racconti in concerto” (Edizioni dell’Arco, Bologna-Milano 2007, pp. 111, euro 6,90), di Kossi Komla-Ebri, medico-chirurgo, tra i più noti e significativi scrittori migranti di origine africana che scrivono nella nostra lingua.
Il libro raccoglie otto racconti, gran parte dei quali sparsi in antologie e riviste letterarie italiane e straniere, che costituiscono altrettante variazioni sul tema dell’identità, armoniosamente librate tra sonno e veglia, tra immaginazione e cronaca, tra utopia e realtà.
Nel primo racconto, Il buio della notte, l’approssimarsi del temporale in una afosa notte d’estate, acuisce, tra sonno e veglia, in Elom Doglo la sua sofferta condizione di essere scrittore migrante, la sua necessità di affermazione per rendere visibile agli altri il fatto stesso di esserci, il suo struggente bisogno e sogno di amare e di essere amato- “soffocante questua di tenerezza in terra straniera”- che solo la funzione consolatoria della scrittura riesce a mitigare.
Nel secondo racconto, Rap hip-hop, ambientato in una avveniristica Eurolandia, il rapporto identità-diversità, io-altro, oltre che sul piano etnico si articola su quello generazionale, tra la condizione di essere giovane e quella dell’insorgente vecchiaia. Il protagonista, incalzato dalla sua compagna bianca di vent’anni più giovane, si lascia irretire dall’inquietante sogno di sfuggire all’ ”irreparabile oltraggio degli anni” sottoponendosi ad un fantascientifico processo di clonazione, che promette di rigenerarlo in un nuovo involucro corporeo pur mantenendo intatti il suo vissuto e la sua identità originaria.
Il terzo racconto, Due lezioni, una favola di ambientazione africana, si colloca, invece, nella immutabile dimensione temporale del mito. La narrazione dell’attraversamento di un fiume da parte dello smargiasso Késsé-la-scimmia e del suo timoroso e impacciato amico Alen-il-montone si dipana in questa storia in funzione- come è tipico delle culture orali africane- delle lezioni di saggezza che alla fine se ne traggono.
Guadagnare un po’ di soldi e tornare in Albania in modo da poter avviare in patria una qualche attività commerciale è il sogno, riferito nel quarto racconto, Gimi, che ha spinto un giovane ventisettenne laureato in ingegneria ad attraversare con gli scafisti il canale d’Otranto per venire in Italia. Un sogno ben presto trasformatosi nell’amara e avvilente realtà della condizione di immigrato clandestino. Un calvario vissuto per anni tra mille paure, umiliazioni e sacrifici ma che, nel caso di Gimi, si risolve con un meritato lieto fine.
L’attrazione per l’altro, per la diversità etnica e culturale, è al centro del racconto onirico La mano invisibile che ha per protagonista l’africano Selì, che, grazie al suo amico senegalese Kebe, si trova ad essere gradito ospite ad una festa di giapponesi dove incontra una deliziosa giovane donna orientale, da sempre vagheggiata nella fantasia. Soltanto un sogno. Ma al suo risveglio Selì riceve una telefonata dall’amico Kebe che l’invita ad una festa che sembra promettere, misteriosamente, una concessione del mondo dei sogni alla realtà.
Nel sesto racconto, Identità trasversa, l’eventualità di tornare definitivamente in Africa, appena prospettatagli dal padre a causa del fallimento della ditta in cui lavorava, impedisce al giovanissimo figlio Kuami di prendere sonno. Nato in Italia e culturalmente integrato, agitatissimo, reagisce alla decisione paterna, in un monologo immaginario, con un discorso volutamente volgare e dissacratorio che è il rinnegamento stesso delle sue origini e dei valori in cui credono i genitori.
Poi, lentamente, nella sua mente emerge il confronto con l’altra faccia della sua identità, quella africana, e capisce che solo parlando ai suoi genitori con le modalità e il linguaggio propri della tradizione potrà far breccia nei loro cuori e far loro realmente comprendere le sue ansie e le sue aspirazioni e trovare insieme a loro la giusta soluzione.
Non un sogno, ma un incubo è quello che vive il tredicenne Ogaba, strappato all’affetto materno e all’adolescenza e trasformato in bambino-soldato dai ribelli di un sedicente esercito di liberazione operante tra Sudan meridionale e Uganda. Lo stile di Kossi Komla-Ebri in questo racconto-denuncia è volutamente da freddo reportage giornalistico perché lo scrittore nulla intende attenuare dell’efferatezza degli episodi narrati. Germogli recisi è il racconto di un’identità brutalmente annientata per poter trasformare un innocente adolescente in una spietata e ben collaudata macchina d’assassinio.
Conclude la raccolta il racconto Sognando una favola, un quadro idilliaco in cui i piccoli Selom e Seyenam, venuti in Africa dall’Italia con il padre Davide e la madre brasiliana, trascorrono le vacanze di Natale con i nonni paterni, africano lui e italiana lei. Tre generazioni unite da un affetto profondo che vivono, in un futuro prossimo non impossibile, in un mondo in cui i pregiudizi razziali e l’etnocentrismo sono solo lontani ricordi rievocati nelle storie raccontate sulla veranda, tra una boccata di pipa e l’altra, dal nonno ai nipotini, circondati dalla magica atmosfera delle serate africane.
Sognando una favola, come è facilmente intuibile, esprime l’ideale visione del mondo di Kossi Komla-Ebri.La sua professione di fede in un futuro in cui gli uomini sappiano far convivere armoniosamente in sé più culture e farsi portatori di valori universali. Un’utopia possibile, secondo Kossi Komla-Ebri, se è vero che, come recita il proverbio brasiliano riportato all’inizio di quest’ultimo racconto: Quando si è da soli a sognare, è solo un sogno. Quando si è in tanti a sognare, è già la realtà che avanza.